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Criptovalute, la bolla speculativa si sgonfierà

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“Chi investe in criptovalute lo fa non perché crede in una cosa astratta ma in quanto immagina che sia e sarà uno strumento di pagamento che prenderà sempre più piede nella vita di tutti noi”. Ne è convinto Fabrizio Carbonetti, docente di Diritto Commerciale all’Università La Sapienza di Roma, managing partner dell’omonimo Studio specializzato nel settore finanziario. Da attento osservatore e studioso del quadro normativo internazionale, ritiene le criptovalute uno strumento con potenzialità da sfruttare: “Dobbiamo farci trovare pronti ad accogliere le novità”, esordisce, “fare i conti con la realtà”. L’occasione per una conversazione con Carbonetti è data dalla corsa del Bitcoin che oscilla su quotazioni intorno ai 60.000 dollari e macina rialzi da settimane. Anche se non c’è solo Bitcoin. “Parliamo di quasi 10.000 criptovalute nel mondo ma quelle più accreditate sono solo una piccola parte”.

Il trend è in crescita, dunque. La prima domanda riguarda le ragioni di questo boom. Nella sua risposta Carbonetti chiarisce ciò che, secondo lui, le criptovalute rappresentano: “Nascono come mezzi di pagamento e sono destinati ad essere utilizzati come tali”. La bolla speculativa, pertanto, secondo lui, sarà destinata ad esaurirsi. “E’ solo questione di tempo”, assicura. Se le criptovalute faranno parte della nostra quotidianità con quali criteri le useremo? Come Stati Uniti, Cina e soprattutto Europa si stanno muovendo sul fronte della regolazione? Il dibattito è aperto. Se è vero che in Cina, proprio di recente, la Banca centrale di Pechino è intervenuta vietando l’utilizzo delle criptovalute da parte delle banche, mentre rimane libero l’utilizzo delle stesse da parte di privati, gli Stati Uniti, sulla scia dei teorici del laissez-faire, non sono ancora intervenuti dimostrando una linea più liberista. E in Europa cosa accade? Il Vecchio Continente, secondo alcuni, sta giocando di anticipo, quanto meno ci sta provando. La strada è tutt’altro che in discesa: lo dimostra una proposta della Commissione UE sulla regolamentazione dei criptoasset, un documento che è stato criticato da molti e che deve sciogliere ancora alcuni nodi come la liquidabilità sul mercato dei titoli emessi con la blockchain.

“Di certo, c’è bisogno di disciplinare questo campo”, ribadisce Carbonetti, secondo il quale “l’evoluzione dei fatti corre più veloce rispetto ai tempi del Legislatore. Oggi, in realtà – puntualizza – ciò che manca è una disciplina tecnica, prima ancora che normativa”. Ciò che bisogna garantire, in altre parole, seguendo questo ragionamento, è la credibilità dal punto di vista tecnologico delle piattaforme (chi gestisce i mining? Chi si occupa delle piattaforme e dei portafogli elettronici?). “D’altronde, se si pensa che la loro affidabilità dipende dalla capacità di garantire sia un alto livello di sicurezza nell’attività dei cosiddetti miners (cioè coloro che hanno la tecnologia per estrarre la criptovaluta) sia la loro fidelizzazione (se i ‘minatori’ abbandonano la piattaforma, la criptovaluta diventa nei fatti inutilizzabile), è evidente che la mancanza di una disciplina in questo ambito impone cautela e prudenza. “Ecco perché bisogna intervenire ma con pochi paletti normativi”, spiega Carbonetti. “Lo Stato, è vero, non può mancare ma deve limitarsi a fornire delle regole di framework”.

Una volta che la bolla speculativa, d’altronde, si sarà sgonfiata, secondo la tesi sostenuta da Carbonetti, le criptovalute saranno sempre più legate all’economia reale e utilizzate, pertanto, come strumento di pagamento tout-court. “Oggi nel mondo l’85% delle transazioni avviene in contanti e solo il 15% con strumenti digitali”, spiega. “Se ci sono dei mezzi che possono essere più veloci, sicuri ed efficaci, garantendo magari l’anonimato, allora capiamo che ci sono grandi potenzialità”. Eppure, il quadro è tutt’altro che roseo e chiaro. Le criptovalute dividono così tanto: si passa da chi evidenzia il rischio truffe a chi le giudica come uno strumento di liberazione dal controllo delle banche. “E’ normale che ci sia diffidenza. La mancanza di una normativa la amplifica. Il pericolo riciclaggio c’è, ma non si può bloccare la tendenza del mercato perché c’è qualcuno che utilizza questi sistemi in maniera fraudolenta”, afferma Carbonetti, difendendo la sua tesi. D’altronde, oggi, se è vero che le emittenti di criptovalute sono 10.000, solo un centinaio di questi riescono a garantire effettivamente una tenuta nel tempo del sistema, a partire da Bitcoin ed Ethereum. Il tema dell’affidabilità è, dunque, centrale. “L’Europa stia attenta. Lasciare, come oggi il legislatore comunitario prospetta, solo agli istituti bancari e agli istituti di moneta elettronica la possibilità di emettere criptovalute vorrebbe dire sostanzialmente affossarle”, è il monito di Carbonetti. La parola d’ordine, per lui, è affidarsi al mercato. Benvenuta, mano invisibile.

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