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I prezzi al consumo aumentano al ritmo annuo del 6% negli Usa, del 4% in Europa, del 3% in Italia. Sembra poco, ma non lo è. Con un’inflazione al 5%, una persona che si ritiri dal lavoro contando su un gruzzolo messo da parte vede il valore reale delle sue riserve monetarie dimezzarsi in 15 anni, ridursi a un terzo in 22, che sono più o meno gli anni che gli restano da vivere dopo il pensionamento.

GIÀ CON UN’INFLAZIONE che proceda a questi ritmi, sono fortemente scoraggiati comportamenti che tendiamo a considerare virtuosi, come quelli dei genitori che accumulano risparmi per essere in grado di dare un’istruzione migliore ai figli: quei risparmi rischiano di vanificarsi man mano che i figli raggiungono l’età degli studi universitari.

Con l’inflazione viene trasferita ricchezza dai creditori ai debitori. Poiché in tutti i Paesi sviluppati il primo debitore è lo Stato, è come se venisse introdotta un’imposta patrimoniale. Anche in questo modo si toglie ai privati – che hanno prestato soldi allo Stato e se li vedono resi svalutati – per dare alla politica.

La pressione fiscale effettiva dunque aumenta, con che effetti sulla propensione dei cittadini a produrre, a risparmiare e a investire è facile immaginare. Sono problemi che ci erano ben noti negli anni ’70 e ’80. Poi, con la crisi finanziaria del 2008, il discorso pubblico è stato rovesciato; è divenuta dominante la preoccupazione intorno al rischio che i prezzi tendessero a scendere.

ORA I BANCHIERI centrali si interrogano pubblicamente sulla natura, persistente o occasionale, di questo rialzo dei prezzi. Tende a prevalere la seconda ipotesi. Dunque, considerando il rialzo occasionale, fin qui non hanno fatto nulla per fermarlo: nessun innalzamento dei tassi d’interesse, nessuna riduzione degli acquisti di titoli, in particolare di titoli pubblici, che hanno estesamente praticato in questi anni (fa un po’ eccezione, seppur timidamente, la Federal Reserve statunitense).

È un po’ come trovarsi in un mondo rovesciato: perché piuttosto che interrogarsi sulla natura occasionale o permanente del rialzo dei prezzi in corso, i banchieri centrali farebbero bene a interrogarsi su se stessi.

Se il rialzo dei prezzi in corso si tramuterà o meno in una ripresa generalizzata della dinamica inflazionistica, dipenderà precisamente dalla volontà dei banchieri centrali. Se manifesteranno con chiarezza la volontà di impedirlo, essendo disposti a questo fine a manovrare le leve che hanno, allora gli operatori economici si convinceranno che il rialzo dei prezzi è temporaneo.

Di conseguenza, non radicheranno nei propri comportamenti aspettative inflazionistiche (nel fissare i listini, nel contrattare i salari per i prossimi anni, etc.). E l’attuale fiammata dei prezzi si spegnerà. Se i banchieri centrali mostreranno di esitare, allora sì che l’inflazione si farà duratura. Certo, da parte dei banchieri centrali ci vuole coraggio. Tutti hanno, nel mandato che è stato loro affidato, un obiettivo di stabilità dei prezzi. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. In questo caso il mare profondo di Stati pesantemente indebitati, che subirebbero le conseguenze di un innalzamento dei tassi d’interesse, e che non sarebbero affatto contenti di dover abbandonare i propri ambiziosi progetti di investimenti infrastrutturali, di distribuzione di bonus a pioggia, di velleitari progetti di guida della “trasformazione digitale”.

LA STESSA TRASFORMAZIONE ecologica dovrebbe fare il conto con la disponibilità di risorse pubbliche che, in caso di rialzo dei tassi d’interesse, si farebbe meno copiosa. È il timore di scontentare troppo i governi che frena i banchieri centrali; ma se gli operatori percepiscono questo timore, incorporeranno aspettative inflazionistiche nei loro comportamenti, e inflazione sarà.

E non sarà un bene. Per le conseguenze prima descritte e a lungo sperimentate. È il caso di augurarsi che i banchieri centrali, piuttosto che interrogarsi sulla natura del processo inflazionistico in corso, dichiarino con chiarezza che non tollereranno che le aspettative inflazionistiche si radichino nei comportamenti degli operatori. Forse si avvicina il momento di un nuovo “whatever it takes”, la celeberrima frase con la quale Mario Draghi, allora governatore della Banca centrale europea, stroncò le aspettative di disgregazione dell’euro, affermando che avrebbe fatto qualunque cosa per difendere l’esistenza della moneta unica.

Questa volta dovrebbe essere utilizzata per affermare con altrettanta forza che le banche centrali faranno qualunque cosa necessaria per impedire che l’inflazione superi un certo livello.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di dicembre 2021-gennaio 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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