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Imprese e digitale, il fenomeno in crescita dei ‘temporary manager’

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Alle prese con pandemia e trasformazione digitale, non sempre le imprese riescono ad affrontare da sole le sfide senza precedenti degli ultimi anni. Una delle carte a disposizione, usata da una fetta sempre crescente di aziende, è affidarsi a qualcuno che le guidi per un periodo di tempo definito: un “temporary manager”, racconta Alessandro Testa, director di Jefferson Wells, brand di Manpower Group specializzato nella ricerca di Senior ed Executive manager.

Cosa fa il temporary manager?

Il temporary manager, o manager ad interim, è una/un professionista che entra in azienda per proporre e realizzare interventi operativi in un tempo definito e con l’obiettivo di migliorare le performance aziendali in un ambito, funzione o business line. Ha un’esperienza almeno quinquennale, se non decennale, in ruoli di middle e top management. Secondo la Survey annuale di INIMA, l’associazone italiana temporary manager (INIMA Annual Survey 2021 – Leading Network – Associazione Italiana Temporary Manager) l’età media è di 56 anni, con 6 anni di esperienza come professionista in ruoli di middle e top management e un incarico di 14 mesi.

È un fenomeno in crescita?

È certamente un fenomeno in crescita negli ultimi anni che, oramai, interessa una platea estremamente eterogenea di aziende. Si spazia dalle piccole realtà imprenditoriali con un gap esistente in qualche area professionale, alle medie imprese, desiderose di inserire una figura con un forte know how magari per processi di acquisizioni societarie, alle grandi aziende, impegnate in processi di trasformazione aziendale e digitale, sia in termini di business che di organigramma. Dalla nostra esperienza nel settore, ma sono dati che vorremmo riprendere sul lungo periodo, avendo avuto il periodo della pandemia, tra le grandi aziende oltre il 30% inserisce temporary manager, con una media generale tra il 15 e il 20%.

Può fare un esempio specifico di temporary management di successo che vi è capitato di seguire?

Vari sono i casi che in questi ultimi mesi ci siamo trovati a gestire. Un’azienda, per gestire il passaggio generazionale dal titolare al figlio, ha voluto ricercare una figura strutturata che facesse da mentor al rappresentante della nuova generazione, senza però dimenticarsi di gestire la quotidianità e lo sviluppo dell’azienda. Un altro il caso di una azienda che, per gestire un momento di forte riorganizzazione, ha voluto inserire un professionista strutturato per la parte operations, con il fine di riallineare i reparti produttivi aziendali e, successivamente, passare il testimone ad una figura già interna all’azienda. Spesso, come nel secondo caso, un temporary manager è abituato a intervenire laddove ci sono momenti di difficoltà, strutturale o di business, aziendale.

Ad esempio?

Può capitare un vuoto manageriale improvviso e imprevisto, o la gestione di particolari progetti, o anche l’ingresso in nuovi mercati o settori merceologici. Anche l’avvio di una startup può richiedere ai vertici di rivolgersi ad un temporary manager, come nei casi in cui l’azienda desidera internazionalizzarsi. Altre situazioni sono la necessità di sviluppare ed efficientare lo sviluppo commerciale e marketing, di ottimizzare la produzione e la supply chain, le sostituzioni di breve termine e/o hiring freeze, o anche nei casi di acquisizioni o cessioni societarie. La stessa digital transformation spesso può richiedere l’intervento di un manager ad interim.

Con quali contratti viene inserito un temporary manager?

Sono diversi i contratti che le aziende possono offrire e applicare, come assunzioni a tempo determinato o contratti di somministrazione a tempo determinato e indeterminato. Anche la partita IVA può essere una soluzione se il professionista ha un ruolo consulenziale.

Ci sono aziende più restie di altre ad affidarsi a una figura esterna? Le imprese familiari, ad esempio?

In realtà oggi il temporary management viene visto in maniera propositiva da ogni tipologia di azienda. Il motivo cardine è proprio dato dalla flessibilità e dalla pressocché immediata disponibilità che un temporary manager, unito alla sua seniority professionale, può mettere al servizio di una azienda. Certamente tutte le aziende oggi hanno un tema sensibile legato al portare, quanto prima, “a regime” una nuova risorsa assunta. Al contempo, sempre tutte le aziende, sono estremamente attente alle forme di flessibilità nei rapporti di collaborazione.

Quanto sono importanti le soft skill per questi manager?

Varie sono le soft skills che una azienda cerca di reperire in una figura di temporary manager ma le 3 principali si potrebbero riassumere in: flessibilità e resilienza, cioè la capacità di adattarsi in maniera rapida e veloce ai vari ambienti nei quali si troverà ad operare; saper comunicare in maniera efficace, dovendo coinvolgere in tempi ristretti le persone con le quali si troverà a collaborare; saper gestire il passaggio di consegne, quasi diventando un mentore all’interno dell’azienda e riuscendo a passare il testimone a coloro i quali daranno continuità alla sua attività in azienda dopo la sua uscita.

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