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Come la guerra potrebbe cambiare la politica agricola europea

C’è un dato, tra gli altri, che i cittadini hanno imparato a conoscere molto bene da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Ed è quello della dipendenza dell’Italia da quei mercati per materie prime essenziali come il mais, il grano tenero e gli oli di girasole. D’altra parte, per il grano sono rispettivamente il terzo e l’ottavo produttore al mondo. Più in generale, secondo Coldiretti, il nostro Paese compra dall’estero il 64% del tipo di frumento che è alla base, per esempio, della produzione di pane e biscotti. La conseguenza è una diminuzione delle scorte e un aumento dei prezzi.

E ora, proprio come sta accadendo per le forniture di gas per cui buon parte dell’Europa – Italia compresa – è dipendente da Mosca, ritorna il tema della diversificazione prima e dell’autosufficienza poi. Solo che la questione se ne porta dietro un’altra: ovvero quella dei vincoli previsti dalla Pac, la riforma agricola comune approvata alla fine del 2021 e che entrerà in vigore nel 2023.

Nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti stranieri giovedì, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha toccato il punto. “Bisogna coltivare tutta la terra disponibile. Oggi ci sono delle normative europee che prevedono che il 10% della terra disponibile non venga coltivata a rotazione per validissime ragioni. In questo momento di emergenza bisogna superarlo”, ha detto.

In realtà, il riferimento legislativo del premier non è preciso. “Quello di cui ha parlato Draghi è un obiettivo più di lungo periodo contenuto nel cosiddetto Green deal”, spiega Roberto Pretolani, docente di Economia agraria all’Università degli Studi di Milano. “All’interno di quelle misure – dice – è previsto che venga messo a riposo il 10% dei terreni di tutte le aziende entro il 2030, ma attualmente è a livello di proposta e sarà quasi certamente ridiscussa e per il momento non ci sono atti normativi che prevedano esplicitamente questo obbligo”.

Dei paletti che limitano la possibilità di coltivare tutta la terra, tuttavia, esistono già e le “ragioni validissime” per cui vengono attuate a cui si riferisce Draghi sono quelle della salvaguardia dell’ambiente e della sostenibilità.

Tuttavia, per Pretolani, “la crisi che si è innescata con la guerra in Ucraina sta portando a una serie di conseguenze sugli approvvigionamenti alimentari e renderà necessaria anche una modifica della politica agricola comunitaria”.

E quindi, com’è attualmente la situazione e come può cambiare? “Fino a questo momento, la modifica ha riguardato la sospensione per quest’anno dall’obbligo di mantenere a riposo il 5% delle superfici a seminativi per le aziende che superano i 15 ettari. Si stima che in Italia questo riguardi circa 200mila ettari e circa un milione in tutta l’Unione europea. Questa è sicuramente una misura importante ma che rischia di essere limitata nel tempo. Non sappiamo ancora quali saranno le conseguenze nel futuro”, osserva.

Con la riforma della politica agricola comunitaria che dovrebbe partire dal 2023 “questo obbligo non solo viene esteso ma non viene più remunerato, come invece accade adesso con le norme del cosiddetto greening”.

Stando a quello che ha dichiarato Mario Draghi la questione di modificare le norme previste sarebbe stata accennata nell’ultimo Consiglio europeo. “Ci sono state diverse richieste di posticipare l’avvio di questa misura, di spostarla almeno al 2024, come ha proposto anche il nostro ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli, però almeno finora non si è ritenuto di mettere la misura all’ordine del giorno”, spiega ancora il docente dell’Università di Milano.

A suo giudizio “è importante che l’Unione europea continui a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti non solo per sé ma anche per tutti i Paesi che hanno problemi di fame. Ricordiamo che oggi riguardano quasi 900 milioni di persone nel mondo, ma è un numero destinato ad aumentare con la guerra in corso. L’Unione europea deve cercare di mettere assieme delle norme che siano di salvaguardia dell’ambiente ma contemporaneamente in grado di migliorare la produttività dell’agricoltura”.

Come si può fare? “Una riduzione delle superfici coltivate si può attuare solamente se sulle altre superfici che si hanno a disposizione – spiega Pretolani – aumentano le rese produttive. Ovviamente utilizzando al meglio i fattori di produzione: concimi, diserbanti e le lavorazioni meccaniche. Si tratta di quell’insieme di norme che vanno sotto il nome di agricoltura di precisione o 4.0”. Da questo punto di vista anche l’innovazione può essere utile. Secondo un rapporto di Confagricoltura e Reale Mutua, negli ultimi due anni, nonostante la pandemia, quasi 9 imprese su 10 (88,7%) hanno sostenuto investimenti per innovare le loro attività e più di una su tre (36,9%) ha oggi un livello di innovazione alto o medio-alto.

Ma c’è anche un altro aspetto. E qui si ritorna alla questione normativa. “Le nuove tecnologie genetiche, le cosiddette new breeding technologies, vengono ancora equiparate agli Ogm e quindi – dice il docente di economia agraria – non possono essere utilizzate all’interno dell’Unione europea. Si tratta invece di tecniche che consentono di migliorare notevolmente la capacità delle coltivazioni di resistere alle malattie, alla siccità e quindi di combattere anche gli effetti negativi dei cambiamenti climatici”.

Ma il concetto di sostenibilità non va legato solo al clima. “Generalmente al sostantivo sostenibilità vengono aggiunti altri aggettivi. Il primo che viene in mente è ambientale, ma in realtà ce ne sono altri. C’è quella sociale, ossia garantire a tutti l’accesso al cibo, quella economica, che significa che l’accesso al cibo deve essere a prezzi ragionevoli per il consumatore. Ma è necessaria anche una sostenibilità di tipo produttivo, quindi chi produce deve essere in grado di avere un reddito adeguato altrimenti rischia di destinare la superficie ad altri usi”.

Sta già accadendo. “Uno dei casi più frequenti è quello di campi destinati all’installazione di pannelli solari o a coltivazioni per la produzione di bioenergie”.

“Ci sono molte resistenze in Europa per un cambio di politica. Ma lo scenario mondiale è cambiato e la stessa Europa sta cambiando, basti pensare a quello che sta succedendo sulle fonti energetiche. Deve essere fatto uno sforzo altrettanto forte per gli approvvigionamenti agricoli e alimentari”, conclude Pretolani.

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