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Tra guerra e diplomazia: la geopolitica è digitale

f35 leonardo guerra trasformazione digitale

L’AI e le nuove tecnologie hanno cambiato tutto, dal lavoro alla gestione d’impresa. Con la guerra in primo piano in Occidente, è chiaro come quella trasformazione riguarda non solo la vita civile, ma anche i campi di battaglia e gli uffici diplomatici.

Come nel mondo civile, anche in quello militare tecnologia vuol dire competitività. Una competitività collegata al concetto di primato tecnologico, di deterrenza e, volendo chiamare in causa la storia, di Mad, la reciproca distruzione assicurata che ha garantito la stabilità tra Usa e Ussr durante la Guerra fredda. “Il concetto è: come si raggiunge un primato tecnologico che non sia una supremazia, e che diventi una valida deterrenza?”, ha detto Enrico Savio, Chief Strategy & Market Intelligence OFC di Leonardo, durante un evento del Centro Studi Americani a Roma.

centro studi americani
Un momento dell’evento ‘Winning the artificial intelligence era. Quantum diplomacy and the power of automation’, al Centro Studi Americani

L’evento dell’associazione, organizzato con Fondazione Leonardo – Civilità delle Macchine, con il supporto del ministero degli Affari esteri e la sponsorship di Intesa Sanpaolo, aveva al centro proprio questo: il rapporto tra tecnologia, diplomazia, warfare, e i primi spunti di un white paper (di prossima pubblicazione) dedicato a questi temi. Che, alla luce degli ultimi dati, diventano fondamentali.

L’aumento della spesa militare

Non bisogna dimenticare che parliamo di un’industria gigantesca. Già nel 2021, la spesa militare mondiale ha raggiunto il suo massimo dal 1947, secondo un report del Sipri: abbiamo superato i 2mila miliardi di dollari annui. Il 2,2% del Pil globale. Lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri, appunto) ricorda che il trend di crescita dura da un po’ (dal 2015, dopo l’invasione russa della Crimea) ma che adesso sicuramente crescerà più velocemente del solito: una delle autrici del rapporto ha detto a Bloomberg che si vedrà un’accelerazione delle spese militari, anche, naturalmente, in Europa. L’esperta, Lucie Beraud-Sudreau, direttrice del ‘military expenditure and arms production program’ del Sipri, sembra pensare che la modernizzazione degli armamenti sarà una priorità chiave.

Bisogna capire che strada si seguirà: dare la priorità a un rapido accumulo di attrezzature standard da produttori di armi in altre parti del mondo, o adottare un approccio più a lungo termine aumentando i finanziamenti per l’industria nazionale?

Negli ultimi anni si è parlato spesso di guerra del futuro e del ruolo dell’innovazione, ha detto Andrea Gilli, senior researcher del NATO Defense College, durante l’evento del Centro Studi Americani. Ma con la guerra in Ucraina, bisognerà vedere se più che l’innovazione, al centro delle preoccupazioni dei governi ci sarà la modernizzazione dei sistemi d’arma esistenti, con uno spostamento delle risorse. Senza contare che i governi dovranno tenere in considerazione anche i progressi dei Paesi con cui si vuole collaborare: “Con dei sistemi d’arma non compatibili sarà difficile combattere insieme”.

Un Iot militare

L’ambizione è quella di creare un Internet of things di tipo militare, dice Francesco Marradi, colonnello del 4° reparto di Stato maggiore dell’aeronautica e vicedirettore dell’Eurofighter Typhoon Programme Office. I velivoli Eurofighter Typhoon, spiega Marradi, appartengono alla ‘quarta generazione’, arrivata tra anni 80 e 90. Poi sono arrivati i caccia F35 della quinta generazione, che già rispetto alla quarta avevano 7 milioni di righe di codice in più (da due a nove): una testimonianza della sempre maggiore importanza del software. Ora siamo alla sesta, con il programma Tempest, con piattaforme chiamate ‘system-system’, “in cui il pacchetto di missione è distribuito su più mezzi, che hanno capacità elevate che coinvolgono siano la componenti umane che componenti integrate che potranno essere addirittura monofunzione, da proiettare in avanti e da far collaborare con la piattaforma madre”.

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Un F-35 Lightning II – Foto Courtesy Leonardo

Un Iot (Internet of things) per “scopi operativi” serve, dice Marradi, per “aumentare la resilienza delle operazioni e aumentare le capacità di analisi e proiezione”. L’obiettivo è “rendere inoffensivo l’avversario avvolgendolo con sensori e ‘effettori’”. Un armamento, quindi, che può essere “disabilitante’ e non distruttivo”. Ricorre il tema della competizione: “Non si può pensare di essere dei competitor senza che si sviluppino delle piattaforme che siano avanzate, e soprattutto mantenute in un ciclo di innovazione. Stiamo mutuando le dinamiche tecnologiche dell’ambito civile anche nell’ambito della difesa. E questo scambio civile-difesa andrà sempre più avanti, in futuro”.

Un esempio di quelle dinamiche? Qualsiasi grande azienda tecnologica, negli ultimi anni di esplosione digitale, ha lamentato il problema delle competenze digitali delle aziende clienti. Cosa succede se quei clienti sono gli eserciti? “Io lavoro in questo campo da 30 anni”, dice Daniela Pistoia, Corporate Chief Scientist di Elettronica Spa. Con l’AI “è la prima volta che vedo una tecnologia che impatta così tanto sull’utente, sullo user, che deve essere coinvolto nello sviluppo di prodotti che fanno uso di AI e deve poter alimentare questi prodotti con i dati. Se non si hanno i dati le tecnologie non funzionano”. Per questo ci vuole tempo per la trasformazione digitale di quelli che Pistoia chiama “user militari”.

La quantum diplomacy

Ora che il conflitto ucraino ha riportato in primo piano la geopolitica, vale la pena chiedersi allora se l’AI e altre tecnologie, come quelle quantiche, stiano cambiando anche le relazioni internazionali e la stessa diplomazia. Secondo Sem Fabrizi, Consigliere diplomatico e direttore Relazioni internazionali di Leonardo, oltre che ex ambasciatore Ue in Serbia e in Australia, le nuove tecnologie stanno ponendo temi con cui i diplomatici si dovranno confrontare. I big data potrebbero portare a una diplomazia predittiva, mentre l’analisi dei dati può aiutare nella spiegazione dei grandi fenomeni internazionali. “Ma sarei ancora molto cauto” su un utilizzo dell’intelligenza artificiale in guidance e policy, dice Fabrizi. Al di là delle regolamentazioni ancora da trovare sulle nuove tecnologie, dice Fabrizi, “alla fine dei giochi, il diplomatico deve rimanere al centro”.

Secondo Enrico Prati, professore associato in Fisica teorica della materia dell’Università Statale di Milano, tra gli autori del paper del Centro Studi Americani, non c’è solo l’intelligenza artificiale. Tra le tecnologie da tenere in considerazione per il prossimo futuro “ci sono anche quelle quantistiche: dai sensori super precisi, alla trasmissione sicura dei dati, ai computer quantistici in grado di prendere informazione e svolgere calcoli veloci e altrimenti impossibili. C’è un rapporto importante con le relazioni internazionali: queste tecnologie possono essere impiegate come strumenti di analisi e valutazione, oltre che di difesa”.

 

Ma l’impatto quantistico è anche teorico: “La quantum social science è quella scienza che si pone come obiettivo di investigare i problemi delle scienze sociali, siano esse l’economia, la finanza, la psicologia, la sociologia, con l’ausilio dei metodi formali sviluppati nella teoria quantistica”, scrive Prati nel paper del Centro Studi Americani.

“I concetti di discontinuità (quantizzazione), di complementarietà, di indeterminazione, e così via, si adattano a descrivere qualitativamente i fenomeni sociali ed economici inclusi quelli inerenti le relazioni internazionali, come ad esempio lo scambio della moneta, un referendum verso una secessione, l’identità nazionale e lo stato dei rapporti tra Paesi”. Con strumenti del genere, si possono avere nuove “analisi predittive”, come avviene nel caso della “quantum decision theory, in futuro anche grazie all’impiego dei futuri computer quantistici in via di sviluppo come dimostrano studi come quello sugli equilibri tra reti terroristiche in Siria e Iraq”.

Nel paper, nuovamente, il tema della competitività: il semplice impiego delle nuove tecnologie, “come leva per vincere nella competizione economica in termini maggiore di competitività”, o “come strumento di supremazia tecnologica per esercitare maggiore pressione in termini diplomatici” sta provocando uno tsunami tecnologico in gradi di “alterare gli equilibri geopolitici”.

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