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Stadio, tifosi, Dybala: i Friedkin e il nuovo modello Roma

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La Roma, anziché il Napoli, con l’Inter aggrappata alla finestra. Una fotografia del cambio di scenario del calcio italiano. Paulo Dybala che sceglie il giallorosso della famiglia Friedkin sembra avvalorare l’affermazione di un certo modello di business anche in Serie A.

L’ex attaccante della Juventus, che non si è visto rinnovare il contratto da parte dei bianconeri, poco convinti di un investimento corposo (dieci milioni di euro annui, la richiesta) su un calciatore di qualità ma con tendenza agli infortuni, ha scelto Mourinho, si è fatto sedurre dal progetto Roma.

Ci ha provato seriamente anche il Napoli, che gli offriva anche un contratto anche più ricco, disponendo anche della vetrina Champions League, che di solito nelle ambizioni di un calciatore è nelle prime posizioni.

E invece Dybala, che voleva l’Inter, si è poi diretto su Roma. Niente Champions, anche meno soldi ma un progetto definito più credibile. In prospettiva vincente.

Dybala sceglie il modello Roma

È un punto di svolta. Del calcio che muta, di nuovi modelli di business che prendono il posto di altri. La Roma di Friedkin nell’arco di un anno, dall’ingaggio di José Mourinho a quello di Dybala, ha fatto un notevole balzo in avanti a livello di credibilità.

Ma non è solo quello che arriva dal campo, è un trend, un comune sentire che rende i giallorossi, nonostante il sesto posto finale nello scorso campionato, decisamente appetibili.

Il successo finale in Conference League, la terza coppa europea come importanza, è solo una delle fiches sul tavolo. In mezzo, tra l’ingaggio di Mou e Dybala, c’è un modello gestionale con una proprietà presente ma mai invadente (investiti sinora 370 milioni di euro, secondo Calcio e Finanza), che ha puntato sulla valorizzazione del brand Roma a livello mondiale, che ha concepito l’idea del nuovo stadio – nel quartiere Pietralata – assieme alla giunta Gualtieri.

Passi concordati, condivisi, l’iter ideale per giungere a qualche risultato, a differenza dei rapporti burrascosi tra l’ex patron della Roma, James Pallotta e la precedente amministrazione al Campidoglio, con Virginia Raggi sindaco.

Il progetto, che sarà completato entro ottobre, è stato presentato in concomitanza dell’arrivo della coppa vinta dalla Roma allo stadio Olimpico. Un legame tra passato, presente e futuro.

In questi mesi inoltre c’è stato un percorso di avvicinamento, anche attraverso diverse iniziative-simpatia sui social, tra la nuova proprietà e la dirigenza, la diffusione di un comune sentire che ha portato, per esempio, la famiglia Friedkin a rimborsare il biglietto a quel manipolo di tifosi della Roma in trasferta per Bodo Glimt-Roma 6-1 in Conference League.

Un gesto di vicinanza, che assieme alla Coppa, alla costruzione di un nuovo stadio, a un lavoro serio ma senza proclami sul mercato, ha prodotto quasi 40 mila abbonamenti e un entusiasmo che cresce giorno dopo giorno.

Certo, l’asticella si alza, le aspettative sono sempre più alte e la piazza romana sa essere esigente. Ma la gestione Friedkin forse rappresenta la prima proprietà americana in Italia che ha saputo mettere in piedi progetti validi, senza buchi di bilancio, generando empatia e sostegno della tifoseria.

Un osmosi, non una fusione a freddo, tra tradizione e innovazione.

Non ci è riuscito sinora Commisso alla Fiorentina e questo tipo di vicinanza non si è creata neppure tra il Milan e il fondo Elliott, che pure prima di vendere il club rossonero ha saputo vincere lo scudetto.

Per la famiglia Friedkin c’è l’orizzonte di un modello tipo City Group (holding che possiede il Manchester City), con un pacchetto di società satelliti in Europa intorno alla Roma.

Napoli, che fare del futuro?

Il tempo passa, il calcio cambia, muta pelle velocemente. Modelli di business una volta vincenti poi rischiano di cedere il passo, senza accorgimenti o cambi di visione.

Dybala ha scelto la Roma, non il Napoli con un posto in Champions League con ogni probabilità perché il progetto di De Laurentiis appare poco credibile in questo momento a un calciatore con appeal e pedigree di statura, nonostante i risultati sul campo per il Napoli ci siano quasi sempre stati.

Il terzo posto della passata stagione porta alle partite e agli incassi della Champions, un pacchetto da almeno 40 milioni di euro per le casse della società. Che ha messo in campo, legittimamente, un ricambio generazionale anche in nome della revisione al ribasso del monte ingaggi.

Via Ospina, Insigne, Mertens, Koulibaly, Ghoulam, calo del costo del lavoro di almeno il 30%. Anche altri club hanno rivisto i costi, è quasi un obbligo nell’era post pandemia senza colossi industriali alle spalle che ripianano il rosso.

Quello che colpisce sul Napoli, in questo momento, è l’assenza di prospettive per il futuro.

Pesa come un macigno l’obbligo posto dalla Figc per la famiglia De Laurentiis di vendere il club partenopeo oppure il Bari, che è iscritto alla Serie B. Non sarà più consentita la multiproprietà dal 30 giugno 2024.

Meno di due anni per valutare offerte ed eventualmente cedere, ma non è l’unico elemento a sfavore della società azzurra: c’è il malcontento della piazza per i piani e per la comunicazione latitante della società, strutturata come una piccola-media impresa a carattere familiare che ha vissuto con il player trading dei calciatori senza mai diversificare i ricavi, senza un impianto o un centro sportivo di proprietà.

Nessuna operazione di immobilizzazione, nessuna struttura dirigente, neppure figure societarie intermedie tra proprietà e squadra. Solo Aurelio De Laurentiis a stabilire strategie, imbastire trattative di mercato a 360 gradi, trattare in prima persona con gli sponsor.

Il modello padre-padrone che decide tutto, dai calciatori al colore degli arredi in sala stampa, ha funzionato, prodotto risultati, Napoli sempre al vertice in Italia e presente in Europa.

L’autofinanziamento senza esposizioni bancarie ha proiettato il club in una dimensione anche superiore alle disponibilità, alle riserve della proprietà (il calcio vale il 92% del bilancio 2021 della FilmAuro), che ha chiuso il bilancio quasi sempre in ordine, anzi spesso in utile.

Ora, l’invasione dei fondi di investimento nel calcio europeo, prima in Premier League e poi in Italia con strutture dirigenziali corpose, specializzate per settori, sembra farsi preferire alla dimensione padronale di club gestiti come il Napoli, cui è rimproverata una sorta di improvvisazione, di eccessiva dipendenza dai voleri, anche legittimi, della presidenza De Laurentiis.

La disaffezione ormai consolidata del pubblico – non è ancora partita la campagna abbonamenti nell’estate che fa segnare la corsa allo stadio un po’ ovunque – è un indicatore della distanza tra tifosi del Napoli e la proprietà che non ha mai sentito il bisogno di una comunicazione diretta ma presente con il tifoso/cliente. Un gelo determinato solo in parte dalla campagna acquisti, dall’arrivo di un calciatore o di un altro, che allontana stelle o presunte tali come Dybala e lancia ombre sul futuro a medio termine.

Anche perché l’attività di player trading, con le oscillazioni nella valutazione dei calciatori, non consente di programmare con anticipo gli investimenti da effettuare, non poter affrontare in tempo utile l’eventuale rinnovo contrattuale dei calciatori-simbolo.

Inter alla finestra

Nella vicenda Dybala l’Inter è stato il convitato di pietra che rappresenta la prova del cambiamento del calcio, costretto a guardarsi dalle spese fuori bilancio. Dybala era un promesso sposo nerazzurro, si era impegnato con l’Inter che poi ha visto la strada per il ritorno di Lukaku, a condizioni vantaggiose ma comunque onerose per il bilancio.

E quindi Dybala, costo annuale superiore ai 13 milioni di euro lordi (compresa la percentuale sulla commissione dei suoi agenti, ammortizzata negli anni di contratto) sarebbe arrivato a Milano sponda Inter solo con l’uscita di altri calciatori con ingaggio pesante nella rosa interista, come il cileno Sanchez. Nulla di fatto per settimane, il più classico dei vorrei ma non posso, conti alla mano. Utopia nel calcio di qualche anno fa, quello dei debiti all’ingrosso, ora realtà di cui tener conto.

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