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Corna Pellegrini: la sfida è creare lavoro e combattere la denatalità

Corna Pellegrini Fortune Italia
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Paola Corna Pellegrini è la numero uno dell’Aiceo, l’Associazione italiana dei Ceo. È stata eletta nel 2020 con l’obiettivo di sostenere gli obiettivi a lungo termine per la ripresa del Paese, mettendo a disposizione competenza ed esperienza dei Ceo nella gestione di organizzazioni complesse. Amministratore delegato e Direttore generale di Allianz Partners in Italia, la Corna Pellegrini ha alle spalle una lunga carriera che l’ha portata, nel tempo, alla guida di diverse aziende multinazionali, sempre con una particolare attenzione ai temi della sostenibilità e dell’integrazione. Fortune Italia l’ha incontrata per un’analisi sul tema del lavoro, dell’inclusione e del ruolo delle imprese nel processo di ripresa del Paese, a pochi giorni dalle elezioni politiche.

Elena Bonetti
Elena Bonetti, Ministra per le Pari Opportunità

Lei da sempre sostiene che il ruolo delle aziende sia non solo economico, ma anche sociale e ambientale. Quale direzione vorrebbe veder tracciata dalla politica, in particolare in occasione di questa campagna elettorale?

Ormai è chiaro che la sostenibilità economica delle aziende, intesa come capacità di crescere e rimanere profittevole nel lungo periodo, non può prescindere dalla sostenibilità sociale e ambientale. Le forze politiche dovrebbero promuovere quindi comportamenti virtuosi, in questi ambiti, attraverso sistemi premianti o incentivi, da erogare a fronte di rigorose valutazioni. I Ceo e gli Executive committee delle multinazionali sono spesso impegnati sui temi della sostenibilità, ma è importante incentivare tutte le aziende, anche piccole e medie. In questa direzione va la certificazione di parità di genere introdotta lo scorso 16 marzo 2022 dalla ministra delle Pari Opportunità, Elena Bonetti, nell’ambito della Missione 5 del Pnrr. Alla stesura abbiamo contribuito concretamente, sia personalmente che con alcune colleghe e colleghi dell’associazionismo femminile e Ma di AICEO, per scrivere prassi di riferimento, parametri quantitativi, Kpi (Key Performance Indicators) che le aziende sono chiamate a rispettare. L’auspicio è che vengano rapidamente pubblicati i decreti attuativi, per permetterne l’adozione da parte della maggioranza delle aziende italiane. A queste prassi saranno collegate norme, come la legge Gribaudo sulla parità salariale, utile ad attribuire premialità e crediti alle aziende, ai fini dell’aggiudicazione di appalti pubblici, piuttosto che sgravi contributivi o fiscali. Sono convinta che la certificazione di parità di genere possa diventare l’acceleratore per portare l’Italia a livello, almeno, degli altri paesi europei, in termini di occupazione e rappresentanza delle donne in posizioni di leadership in tutte le organizzazioni, pubbliche e private. La politica ha un ruolo fondamentale, può indirizzare, dare linee guida e promuovere atti concreti per favorire l’implementazione di nuove prassi.

Quali sono i temi più importanti che vorrebbe vedere dibattere dalle forze politiche?

Parto da un tema ampio, che è quello del lavoro.  Io ne sento parlare ancora poco, bisogna lavorare per creare occasioni di impiego per i giovani e per le donne. È vero che negli ultimi 6 mesi si è registrato un incremento inaspettato di nuovi posti di lavoro, che hanno risollevato la drammatica situazione pandemica, grazie alla ripresa dell’export sono stati creati posti di lavoro aggiuntivi. Ma è importante lavorare per risolvere il problema cronico del mismatch (disequilibrio) fra domanda e offerta, il paradosso dell’alta disoccupazione e la carenza di candidati con profili adeguati e competenze, in particolare Stem (science, technology, engineering and mathematics ovvero  discipline scientifico-tecnologiche, ndr). Le nostre fabbriche sono state aggiornate, automatizzate, i profili del lavoratore medio dell’azienda industriale sono cambiati. Bisognerebbe quindi rivedere i programmi di formazione e didattica, favorire l’accesso agli istituti tecnici, magari sul modello tedesco, e adeguare il numero di iscrizioni e le competenze universitarie alle richieste del mercato. Consentire poi alle aziende di operare azioni di upskilling (apprendere nuove competenze)  e reskilling (acquisire nuove competenze per poter svolgere un lavoro diverso), perché è impensabile e sarebbe ingiusto licenziare i lavoratori “più anziani” che non hanno competenze, dobbiamo invece considerare la possibilità di fornire a tutti gli strumenti giusti, e questo richiederebbe dei finanziamenti specifici per aziende e dipendenti. Sfatiamo poi un falso mito: non è insistendo sull’anticipazione della pensione che si creano posti di lavoro, si tratta di ruoli e posizioni non fungibili, e spesso le aziende agevolano i pensionamenti per risparmiare, di fatto non andando poi a sostituire le risorse. Meglio investire su misure specifiche per incentivare l’assunzione dei giovani. Rispetto poi al tema dell’impiego femminile, è ovvio immaginare dei concreti supporti alle famiglie per combattere la denatalità, ma anche fare in modo che le ragazze considerino dei percorsi formativi attuali anche se sfidanti nella scelta delle università. Io mi permetto di parlare così perché ho una laurea in matematica, che mi è stata di grande aiuto nella carriera, anche se è poi cominciata nel marketing dopo un master in business administration. Non sono materie che ti condannano ad una vita da nerd, ma ti forniscono un metodo da applicare con successo a qualsiasi attività.

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Gender equality e sostenibilità dovrebbero essere temi strategici, su cui puntare per la ripresa anche economica del Paese. Perchè la politica non riesce a far diventare strategici questi temi?

L’Italia è al 63° posto, fanalino di coda nella Gender Equality index del Wef – Forum economico mondiale. Si conferma il posto del 2021, che rappresentava un miglioramento di 11 punti rispetto al precedente, un miglioramento dovuto all’applicazione della legge Golfo-Mosca, ma poi di fatto ci siamo fermati. Le quote rosa sono una specie di ‘tassa da pagare’, anche io parlerei solo di merito, ma di fatto con la legge la situazione è migliorata, e anzi bisognerebbe pensare ad un intervento simile anche per gli executive team.  Se le donne avessero il livello di occupazione degli uomini, il Pil crescerebbe del 7%. Non si tratta quindi solo di un tema di equità, ma di necessità per lo sviluppo economico del nostro paese. È poi dimostrato da svariati studi che un buon equilibrio di genere ai vertici delle aziende porta a migliori performance in termini di ritorno per gli azionisti, di produttività, innovazione e attenzione alla sostenibilità. E se una donna lavora, genera dai 3 ai 5 posti di lavoro. Infine l’Italia presenta un tasso di natalità tra i più bassi al mondo e purtroppo in drammatico calo in questi anni di pandemia. Quindi il paradosso è che abbiamo meno donne occupate e che fanno meno figli. Laddove lo stato, come in Francia, ha incentivato la natalità e fornito infrastrutture a supporto delle famiglie, il trend si è invertito e l’occupazione femminile è aumentata. Purtroppo se non facciamo nulla ci vorranno 132 anni per raggiungere la parità di genere a livello mondiale. Ecco perché abbiamo bisogno di strumenti anche normativi come la certificazione di parità di genere per imprimere un’accelerazione ormai indispensabile.

Draghi
Mario Draghi. Il premier ancora in carica per gli affari correnti che ha formulato il PNRR

Se ci fosse l”occasione irripetibile’ per cambiare l’Italia, quale sarebbe, secondo lei? Su che cosa il nostro Paese deve puntare per elaborare un percorso di crescita reale?

È il Next Generation You. Abbiamo la fortuna che il governo Draghi ha formulato un piano incredibile, che ha portato in Italia oltre 200 miliardi  da investire. Bisogna però usare bene i fondi del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) , per colmare i gap e accelerare sulla trasformazione digitale, puntando a ridurre il digital divide fra città e campagna, uomini e donne, giovani e anziani, nord e sud.  Per favorire la trasformazione energetica e la riduzione dell’impatto ambientale. Strategico anche lo sviluppo dell’ecosistema salute, per consentire magari a pubblico e privato di lavorare insieme per aumentare l’efficienza, l’accessibilità, le risorse e la presenza territoriale, oltre a favorire la trasformazione digitale del sistema sanitario e il supporto della ricerca, della velocità di diffusione e uniformità della disponibilità delle cure avanzate.

Se lei potesse indicare un concetto chiave di questa campagna elettorale, quale sceglierebbe? Qual è l’argomento che reputa più importante, e che dovrebbe aiutare la gente a scegliere chi votare?

Non vorrei essere idealista, ma sono molto delusa dalle campagne elettorali cui sto assistendo. Sono tutte contro, tutte basate su un confronto conflittuale e nessuna punta su proposte concrete. Sembra che si voglia parlare alla pancia degli elettori, e non alle loro teste. Si portano avanti delle promesse che, è spesso evidente, sono senza copertura finanziaria, non sono prioritarie per consentire all’Italia di svoltare. Si pensa solo al breve periodo. Mi piacerebbe invece sentire qualcuno che inviti alla costruzione di un mondo più etico, inclusivo, in cui ciascuno possa esprimere il proprio valore e le proprie capacità, dove i giovani possano aspirare ad un lavoro sicuro e remunerato adeguatamente, a fare progetti per la loro vita, a costruirsi una famiglia cui dare sicurezza, una casa, istruzione, salute. Un Paese dove non si senta l’esigenza di lasciare per andare all’estero. Vogliamo essere guidati da persone preparate, con senso di responsabilità e autenticamente interessati alla res publica e non alla poltrona.

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