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Se la ricerca scientifica insegna come guidare un’azienda: intervista a Marta Bertolaso

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Marta Bertolaso ha concentrato le sue ricerche sull’epistemologia della scienza e sulla filosofia dei sistemi viventi: dalla bio-medicina e il cancro alle organizzazioni e all’interazione uomo-macchina. Dopo una prima laurea in scienze biologiche con orientamento biomolecolare, ha sviluppato il suo percorso professionale all’interno della filosofia della scienza con particolare attenzione alla formazione dei giovani leader e ai modelli culturali che mediano le transizioni scientifiche e tecnologiche in corso.

Che relazione c’è tra cancro e organizzazioni, tra sviluppo dei sistemi viventi e rivoluzioni industriali?

Il mio interesse per la vita in tutte le sue manifestazioni mi ha sempre portato a prendere sul serio il dato di realtà, le possibilità del reale piuttosto che scenari già definiti. Mi affascinano di più le domande aperte che le risposte chiuse. Mi è sempre sembrato particolarmente interessante il modo con cui gli organismi viventi si adattano ad un ambiente e lo cambiano per sopravvivere e prosperare, fino a mutare alcune loro caratteristiche fisiche o comportamentali per raggiungere questi obiettivi. Non a caso la domanda sulla relazione tra cambiamento e identità è sempre stata al centro della ricerca e della filosofia della vita, trasversale a tutte le culture o tradizioni filosofiche. Questa domanda è quella che caratterizza anche la ricerca sul cancro (come fa una cellula a cambiare tanto il suo comportamento da perdere stabilità genetica e proliferare in modo incontrollato?) e di altre patologie complesse degenerative. Ma questa è anche la domanda che sfida i vecchi modelli organizzativi ed economici: come può un’azienda affrontare le transizioni digitali e le nuove forme di lavoro senza perdersi nel processo, ma ampliando il suo impatto e risultato economico? Come può un’impresa farsi interprete delle nuove esigenze socio-economiche che rendono spesso inadeguate mere logiche gerarchiche tayloriste? O come affrontare le nuove problematiche di retention e di formazione dei nuovi talenti che hanno esigenze non meramente remunerative e richiedono invece nuove competenze per far fronte ai problemi non più semplicemente identificabili in conoscenze funzionali? La risposta a queste domande rimanda a principi di integrazione dinamica (engagement nel linguaggio aziendale) come quelli di integrazione e differenziamento. Serve differenziare valorizzando ciò che c’è in comune, quello che spesso ho chiamato il denominatore comune (anche matematicamente parlando un denominatore più ampio è capace di comprendere un più alto numero di numeratori). Queste dinamiche rimandano all’importanza di identità forti, nel senso di resilienti e capaci di anticipare scenari mediante comportamenti adattativi che, lungi dallo scegliere opzioni rigide e univoche, sono flessibili e plastiche, recettive e capaci di interpretare quanto sta succedendo in un contesto specifico. Chiave per raggiungere questa resilienza è la capacità di relazione e interazione con gli altri elementi del contesto (ad es. il tessuto per le cellule o l’organizzazione per i membri di un’impresa o comunità).

Recentemente, è stata coinvolta in un programma di ricerca che esplora l’impatto delle principali innovazioni scientifiche nella nostra comprensione del lavoro umano e del suo futuro mediato dalle nuove tecnologie di intelligenza artificiale. Ed è per questo stata presente al meeting di Capalbio organizzato da Challenge Network sul futuro del lavoro tra innovazione e strategie. E’ ancora possibile, secondo lei, parlare di lavoro umano?

Credo che mai come in questo momento sia non solo possibile ma necessario parlare di lavoro umano inteso come capacità di abitare e costruire il mondo, anche attraverso la tecnologia, per un bene(essere) comune. Usciamo da un’epoca – culminata nelle transizioni digitali – in cui l’automatizzazione spinta dei processi ha fatto della velocità ed efficienza i principali criteri di valutazione della performance (funzionale). L’attenzione ai processi dello sviluppo integrato, sostenibile e adattativo ci fanno ora porre, invece, l’attenzione sulle nostre dipendenze e vulnerabilità. Stiamo cioè riscoprendo come i limiti e l’assunzione responsabile degli stessi ci posizioni in modo nuovo nel mondo aprendo scenari dove viene rivalutato l’aiuto reciproco, la sussidiarietà orizzontale, la cura. Non a caso, come ho discusso altrove, la solidarietà diviene principio organizzativo all’interno delle aziende o delle società civili, sempre di più. Sono questi esempi di come la nuova comprensione del lavoro umano vada verso le attività di governo, di gestione della complessità, di una politica ed economia alte, capaci di offrire risposte di senso e non mera soddisfazione di bisogni o aspettative. Almeno come esigenza generale, stiamo uscendo dai riferimenti individualisti che hanno alimentato anche un certo tipo di mercato e innovazione tecnologica. La storia ci dirà se saremo all’altezza della sfida che non può prescindere da una sincera apertura verso il mondo e gli altri. Questa nuova accezione di lavoro umano porta inoltre con sé un’attitudine che è altrettanto necessaria oggi: quella di implementare soluzioni locali, territoriali avendo a cuore e a mente le sfide globali. Il particolare concreto, il qui e ora, diventano i terreni di prova, più sfidanti ma anche più entusiasmanti della nuova innovazione. E’ facile rileggere e rilanciare in questo senso le dinamiche di ecosistemi imprenditoriali e le organizzazioni di impresa sistemiche e distribuite che stanno emergendo, come l’urgenza di rivitalizzare i tessuti di una società civile che deve urgentemente trovare una nuova vitalità e sostenibilità nei territori concreti. Se vogliamo chiudere con una immagine direi che la nuova declinazione del ‘farcela’ a livello personale o aziendale non consiste più nell’ ‘andare oltre’ ma nel ‘trovare un proprio posto nell’ecosistema’ sia esso naturale, economico o sociale e organizzativo. Cambia così a mio parare la stessa nozione di impresa, nel senso di impresa umana, qualunque essa sia. Ha molto più a vedere con l’abitare e il costruire che con l’estrarre e il produrre.

MARTA BERTOLASO
Marta Betolaso, Professoressa di Filosofia della Scienza e Sviluppo Umano pressol’Università Campus Bio-Medico di Roma

Promuovere un’economia sostenibile attraverso la trasformazione digitale e green delle imprese è una delle sfide del nostro secolo. In cosa si traduce ‘transizione ecologica e digitale’ per il mondo aziendale? I lavoratori e soprattutto le aziende su cosa dovrebbero puntare per il lavoro del futuro?

Come noto, creatività e innovazione crescono solo dove c’è sicurezza e fiducia. Serve allora generare nuovi patti di fiducia mediante la condivisione di narrazioni e processi e rafforzando il senso di appartenenza ad una società civile capace di fare casa per tutti. Per le mie competenze e studi credo che la condizione più necessaria per questa condivisione e senso di appartenenza sia la presenza – il saperci essere -. La tecnologia e il digitale ci aiutano in questo, abbattendo le distanze e consentendoci di utilizzare diverse forme di presenza. Ma la sfida che sia apre ora è anche quella di imparare ad abitare in modo nuovo gli spazi facendo un diverso uso del tempo.

Laddove le mansioni professionali sono state liberate dallo spazio (lo smart working o la telemedicina sono solo due esempi tra gli altri), serve sviluppare una nuova sensibilità rispetto ai processi e alle necessarie integrazioni: esserci dove e quando serve, con gli altri. Cosa si intende per ‘nuovi modelli di leadership trasformativa e generativa’?

In modo sintetico, riassumerei così:
– Saper coniugare le diversità rinforzando i denominatori comuni, ampliandoli in modo che possano fare casa per un numero sempre maggiore di numeratori. Non esiste innovazione senza vera condivisione, quello che non costruisce distrugge e a volte questo dipende proprio dal non saper mettere a fattor comune. Non basta includere, serve integrare.
– Saper compaginare e governare soluzioni diverse, saper mettere insieme persone diverse, saper pensare in modo globale – e al mondo globale – implementando soluzioni locali.
– Dare priorità al saper essere, oltre il sapere e il saper fare quindi.
– Ricordarsi che il metodo non è mai indipendente dal fine e che questo richiede un’assunzione di responsabilità rispetto ai propri obiettivi. La coerenza (che si misura nello iato tra la storia che narriamo e quella che viviamo) diventa fondamentale allora per essere credibili e generatori di fiducia.

E quali sono i nuovi paradigmi del benessere integrato? Cosa si intende per etica della cura?

Quelli che assicurano relazioni vitali. Possono essere diversi per generazione o cultura o possibilità economiche ma trasversale a tutti rimane non solo la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che vale la pena ma di potervi contribuire in primo luogo prendendomene cura. L’etica della cura diventa così il punto di partenza e non di arrivo, una riflessione che viene prima dell’azione e che definisce priorità e strategie. Lo stile diventa importante, come logica conseguenza: non basta raggiungere gli obiettivi, serve farlo in modo bello, elegante, generativo per sè e per gli altri. Non rimane così posto per atteggiamenti e comportamenti narcisisti o autoritari, men che meno per approcci demagogici e manipolatori, dittatoriali. E’ l’epoca degli ottimisti che a volte si indignano ma, come diceva Chesterton (The defendant, 1901), non per la bruttezza dell’esistenza, ma per la lentezza con cui gli uomini si accorgono della sua bellezza.

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