Lobbying e Public Affairs, la scalata silenziosa delle donne

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TRADIZIONALMENTE considerata come una professione a vocazione maschile, caratterizzata dai legami di reciproco sostegno dell’Old Boys Network, il lobbying e il Public Affairs vedono, negli ultimi anni, una quota residuale ma crescente di donne nelle carriere.

Un lavoro di La Pira Marchetti Thomas del 2019 rileva che la quota al femminile tra le professioniste iscritte al pubblico registro dei lobbi­sti raggiunge il 37% del totale. Una analoga ricerca del 2020 di Junk Romeijn Rasmussen che prende in considerazione cinque Stati europei (Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Regno Unito) rileva la pre­senza femminile al 30% della profes­sione, mentre i dati italiani, desunti dal principale registro istituzionale disponibile, quello della Camera dei deputati (cui non è obbligato­ria l’iscrizione per l’esercizio della professione) attestano la presenza femminile al 22%. La situazione del­le Istituzioni Ue, cui pure l’iscrizione al registro non è obbligatoria ma abi­litante all’attività, attesta la presenza femminile al 44,7%.

Esiste quindi un problema di sotto-rappresentazione di genere all’interno del comparto dei public affairs negli stati europei e in parti­colare in Italia?  La risposta a questa domanda deve considerare una serie di fattori, che tendono non tanto a escludere le donne dalla professione, quanto a rendere l’offerta professionale poco compatibile con le esigenze della vita di una donna.

Tra queste si possono annoverare:

  1. il riferimento a una tradizione professionale statunitense, per cui si tratta di un lavoro svolto prevalentemente, e soprattutto nelle posizioni apicali, da personale maschile (il citato “Old Boys Network”), con una tendenza organizzativa verso posizioni ancillari delle attività riservate al personale femminile (monitoraggio, organizzazione di incontri/eventi, comunicazione scritta);
  2. l’adozione di pratiche professionali (lavoro over time, riunioni a orari frequentemente non consoni con la conciliazione vita-lavoro, ripetute scadenze con carichi di lavoro straordinari, agende impre­viste, dettate dalle urgenze della politica) poco con­formi con l’organizzazione della vita di una donna che abbia anche una famiglia.

Emerge tuttavia che, nonostante il contesto difficile, alcune donne siano giunte, negli ulti­mi anni in Italia, in posizioni di vertice tanto in società di consulenza di Public Affairs quanto in realtà corporate o associative.

Il valore esemplare di queste professioniste giunte all’apice della carriera può valere come modello di ispirazione per le giovani che si avvicinano alla professione e contribuire a ridurre il gap di genere che ancora esiste, non tanto nella dimensione formale di questa attività, quanto nelle pratiche sociali e organizzative del lavoro.

*Ricercatrice in Scienze Sociali al CNR

 

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