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La Generazione Z sta ridefinendo il concetto di educazione

Mentre nel resto d’Europa più di sei giovani su dieci, finita la scuola, lasciano casa dei propri genitori, in Italia si assiste a un fenomeno in controtendenza. Il 70% degli studenti – considerando soprattutto l’impatto sulla Generazione Z – resta in famiglia, e una grossa fetta di loro sceglie di iscriversi in un’università ubicata altrove, accettando il pendolarismo.

Ma qual è la ragione principale? I giovani sono semplicemente restii ad abbandonare la comfort zone? Il discorso è molto ampio, e coinvolge una serie di temi e di storture del sistema Italia che, troppo spesso, la classe dirigente ha fatto finta di non vedere.

Eppure, non è una questione secondaria: dalla qualità dell’istruzione universitaria, nonché dalle soft skills acquisite durante gli anni della formazione, dipende buona parte del futuro professionale di un individuo. Ed è grazie alle competenze dei suoi cittadini che uno Stato può prosperare, contando nella qualità del suo tessuto produttivo e nelle capacità della leadership di domani.

Il dato italiano non è frutto del caso: uno studente non abbiente, che desidera frequentare un corso in un’altra città, ha poche opportunità. Soltanto il 3% riesce a ricevere un alloggio, a fronte di una media Ue di circa il 20%.

Inoltre, la sola borsa di studio non è in grado di reggere il peso di affitto, utenze, libri e cibo. Gli importi sono ancora troppo bassi, nonostante gli aumenti dovuti al Pnrr. Si stima che uno studente fuori sede abbia bisogno di circa 8mila euro annui per farcela: tradotto, senza un aiuto esterno è quasi impossibile nella maggioranza dei casi. Chi ce la fa, comunque, spende l’intera Borsa in affitto e poco altro. Un disastro.

Negli ultimi anni, tuttavia, una crescente consapevolezza dell’importanza della formazione continua ha spinto i giovani a rivoluzionare il modo in cui affrontano il loro percorso educativo. Sempre più spesso esplorano nuove vie per acquisire le competenze necessarie in un mondo del lavoro in continua evoluzione. È la loro risposta a un contesto che non offre spiragli di luce, la loro reazione per scavalcare quegli ostacoli che la politica ha guardato per anni con indifferenza. Ma anche a un sistema d’istruzione troppo legato alla teoria, che sottostima la rilevanza di allineare le esperienze educative alle richieste del mondo del lavoro.

Dunque, le ragazze e ragazzi della Generazione Z, da ogni angolo del Paese e con background diversi, stanno ridefinendo il concetto di educazione superiore. Corsi di formazione, apprendimento digitale, attivismo in associazioni, iniziative imprenditoriali: esplorano alternative e investono nel networking, comprendendo la centralità delle relazioni e della pratica.

Ancor più delle generazioni passate, mostrano un dinamismo e una creatività nel trovare soluzioni alternative che è la miglior risposta a chi afferma la loro indolenza. Plasmano con innovazione il loro futuro, non restando inerti nel mondo che cambia.

L’indifferenza a questa profonda differenza rispetto agli anni passati è una grave colpa. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono lo sviluppo della persona: ma se chi di dovere indugia, i giovani fanno da sé. 

*Mattia Brogno, 25 anni, appassionato di politica, comunicazione e cinema. Laureando magistrale in Marketing e Comunicazione d’Impresa all’Università Sapienza di Roma e membro direttivo dell’associazione Green Atlas.

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