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PFAS: un nemico tanto nocivo quanto difficile da eliminare

Quando Mao Tze-Tung, in tutt’altro contesto storico, manifestò il suo apprezzamento per la situazione caotica creatasi, auspicando che favorisse una salutare rivoluzione (“C’è molta confusione sotto il cielo… quindi la situazione è eccellente”), certamente non era a conoscenza delle problematiche del mondo moderno, tra le quali la pericolosa questione legata ai PFAS.

In quest’ultimo caso, la ‘confusione’ è un elemento tutt’altro che positivo e, molto più che sotto il cielo: si trova nelle acque. Le molecole indistruttibili dei PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) continuano infatti ad accumularsi nell’ambiente da quasi un secolo. Grazie ai legami carbonio-fluoro, i quali conferiscono una straordinaria durabilità ed efficacia a queste sostanze, i PFAS vengono utilizzati con successo come agenti impermeabilizzanti, in composti antincendio, tensioattivi e persino nei prodotti per la pulizia e anche per il make-up. Diffusi ovunque nel mondo, i PFAS sono dannosi per la salute anche in piccolissime dosi: sono cancerogeni, pericolosi per il sistema immunitario e in grado di alterare il sistema riproduttivo.

L’accumulo progressivo di questa sostanza avviene inarrestabilmente, in un circolo ininterrotto che passa dalle acque alle piante e agli animali, fino all’uomo. La ‘confusione’, però, non riguarda soltanto il problema della sempre maggiore presenza nell’ambiente di queste molecole, ma anche le normative, i sistemi di monitoraggio e le strategie di contenimento finora adottate. Le iniziative già prese per limitare, abbattere, distruggere o bandire questi composti chimici sono infatti molteplici, ma spesso non coerenti, poco chiare e inefficaci.

Sia la Ue che gli Usa, in effetti, si stanno muovendo da anni nel tentativo di fissare limiti alla concentrazione di queste sostanze, in primis sulle acque potabili, dove si registrano inquinamenti spesso preoccupanti. La Direttiva Ue 2020/2184, recepita in Italia dal Dlgs 18 del 23/02/2023, ha fissato un limite di 100 ng/l per le categorie di PFAS maggiormente pericolose, e 500 ng/l per tutte le altre (limite in vigore a partire dal 2026). Parliamo di nanogrammi per litro: un’unità di misura che equivale a un miliardesimo di grammo per ogni kg di acqua. I limiti cui siamo abituati per altre sostanze nocive sono normalmente espressi con unità molto più grandi, ad esempio in ppm (parti per milione). Questo ci dà l’esatta misura della pericolosità del fenomeno.

Oltreoceano, l’Epa (Environmental Protection Agency) ha addirittura proposto un limite nelle acque potabili di 4 ng/l (ppt) per le due categorie di PFAS più pericolose (PFOA e PFOS). Nel caso delle acque industriali o di scarico superficiale, invece, non esistono limiti internazionali codificati. Anche in Italia la situazione è poco omogenea: solo le amministrazioni locali più sensibili al problema, probabilmente perché interessate da presenza elevata di PFAS – a Trissino (VI) e Spinetta Marengo (AL) erano presenti stabilimenti produttivi della molecola – stabiliscono valori soglia in via provvisoria e sperimentale.

Il problema di porre limitazioni alla concentrazione di questo inquinante è però legato anche ai metodi di analisi, che attualmente prevedono importanti differenze fra gli Usa, la Ue e le altre entità internazionali (ASTM o DIN). Le tecnologie analitiche sono tutte simili ma non omogenee, specialmente quando si tratta di ricercare i PFAS non solo nell’acqua ma anche nei solidi e nelle emissioni.

In Italia, Ispra ha prodotto nel 2019 un documento di impostazione che include gli esiti di un esteso monitoraggio svolto sul territorio nazionale. Nello stesso periodo (2018-2020) anche alcune Regioni hanno dato il via a iniziative analoghe. Negli ultimi 3 anni, invece, solo la provincia di Trento si è occupata ufficialmente di monitoraggio riguardante i PFAS. La sensazione è che l’attenzione su questo problema si stia affievolendo e che l’iniziativa venga sempre più lasciata agli organi di stampa o alle associazioni ambientali.

Il quadro internazionale

Nel frattempo, tuttavia, i PFAS continuano ad accumularsi. Nel 2022, un gruppo di 116 scienziati ha chiesto e ottenuto la revisione di un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità la quale sottovalutava numerosi studi sulla nocività dei PFAS. L’Oms, dal canto suo, si è impegnata ad esaminare ulteriormente la problematica in modo da determinare – “ove possibile”- con maggiore precisione i limiti di assunzione giornaliera di questa molecola nell’acqua potabile.

A livello internazionale, dunque, la situazione sul fronte salute non è ancora chiaramente definita e ci si muove con evidente (per non dire eccessiva) prudenza. Tutte le incertezze che abbiamo visto nel campo delle analisi da compiere, dei limiti da imporre e della determinazione del danno alla salute si traducono in un vuoto normativo che non aiuta la giustizia a fare il suo corso. È quello che è accaduto in Italia in uno dei filoni del processo Miteni (azienda produttrice di PFAS, in provincia di Vicenza), i cui manager sono stati accusati di omicidio colposo dopo la morte di 3 operai per lunga esposizione ai PFAS.

Secondo gli organi di stampa, in tale circostanza il giudice preliminare ha archiviato l’inchiesta anche in conseguenza del non dimostrato rapporto causa-effetto tra esposizione alle sostanze e patologie rilevate. Nel frattempo, il filone principale dell’in- chiesta e del processo, quello per disastro ambientale, è giunto invece in fase dibattimentale. Dal canto loro, proprio stampa e televisioni non dedicano grande spazio al tema PFAS se non attraverso alcune rubriche speciali dedicate all’ambiente o tramite edizioni locali che raccontano isolati fatti di cronaca. Il tema, riguardando la salute pubblica, meriterebbe invece un’attenzione ben diversa.

Affrontata la questione della nocività e dei limiti che occorre imporre ai PFAS, veniamo ora allo smaltimento di queste molecole, altro tasto dolente a livello sia nazionale che internazionale. Di fatto, le normali tecnologie di incenerimento si rivelano inefficaci contro questa sostanza, la quale era stata creata proprio per durare ‘per sempre’. I termovalorizza- tori urbani comunemente utilizzati, infatti, raggiungono temperature massime di circa 850 gradi, contro i 1.400 gradi necessari per distruggere i PFAS. Migliore, forse, la situazione degli inceneritori per rifiuti pericolosi o cementifici. Anche nei settori della depurazione delle acque e del controllo delle emissioni in aria il dibattito relativo alle tecnologie da utilizzare è ancora in corso. In particolare, il processo di purificazione dell’acqua produce fanghi, i quali vengono poi reimmessi nell’ecosistema sia per la produzione di biogas che, ad esempio, per l’utilizzo in agricoltura. È evidente come, qualora tali fanghi risultassero contaminati da PFAS, il loro utilizzo potrebbe comportare nuovo accumulo di queste sostanze nell’ambiente. Anche in questo caso, tuttavia, mancano spesso limiti e leggi: solo alcuni paesi virtuosi (come la Svezia) stanno analizzando con attenzione il problema.

Proibire l’utilizzo dei PFAS appare dunque, alla luce di tutto quanto sin qui esposto, un obiettivo auspicabile. Anche le molecole di più recente sviluppo (i cosiddetti GenX), nate proprio per sostituire i PFAS, si stanno rivelando altrettanto nocive per la salute. Il più famoso dei bandi all’utilizzo dei PFAS in progetto è certamente quello, ad ampio spettro, proposto dall’ECHA per la Ue, peraltro accolto dall’industria con ostilità e distinguo molto forti. Tuttavia, già alcuni passi verso il bando di queste sostanze sono stati compiuti sia in Europa che negli Stati Uniti. In Asia e America Latina, invece, i PFAS non sono controllati, sebbene alcuni Paesi abbiano imposto parziali restrizioni. Anche il Giappone ha imposto limitazioni all’export.

Il quadro generale, tuttavia, resta molto frammentario ed è evidente come, senza adottare regolamenti comuni e uniformi, le maglie della rete che dovrebbe limitare l’adozione e l’utilizzo e la diffusione dei PFAS si allarghino pericolosamente. La conseguenza di tutta questa ‘confusione’ è quella di trovare ancora oggi queste sostanze occultate sia in processi industriali (come nel caso del fracking petrolifero negli Usa) e anche in prodotti con i quali abbiamo a che fare quotidianamente, dai detersivi per la pulizia dei vetri fino alle acque delle emulsioni oleose.

In proposito, il Consorzio Nazionale degli Oli Minerali Usati (CONOU), sta conducendo una serie di interessanti studi e verifiche sulle metodologie di misura dei PFAS e del Fluoro presente proprio nell’olio usato e nelle acque delle emulsioni (specie in alcune zone critiche in Italia). L’obiettivo è quello di mettere a punto tecniche sempre più accurate per contribuire alla sfida di avere finalmente ragione dei PFAS: un nemico tanto nocivo quanto difficile da eliminare.

*Riccardo Piunti è il Presidente del Consorzio Nazionale Oli Usati (CONOU)

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