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Bisogna ricercare, anche nella modernità, quella stretta via in cui l’individuo resta al centro. Il rapporto umano è alla base di tutto: all’interno della galleria d’arte lo scambio intellettuale rimane la cosa più preziosa”. Impermeabile alle mode e alle speculazioni finanziarie, Fabrizio Russo è animato da una passione autentica per le opere d’arte. La stessa passione che nel 1898 spinse il suo bisnonno Pasquale Addeo a rifuggire i dettami familiari – i genitori lo volevano avvocato – e a inaugurare la prima galleria antiquaria della famiglia a Roma, in via del Babuino.

Quattro generazioni si sono avvicendate alla guida della Galleria Russo, una delle gallerie d’arte più antiche d’Italia, che ha legato il suo nome a quello di grandi artisti. Su tutti Giorgio De Chirico, con cui i Russo seppero instaurare un rapporto umano e professionale che si tradusse in un contratto in esclusiva di vent’anni.

“Quando io ho iniziato questo lavoro, ho conosciuto gli ultimi epigoni di grandi collezionisti che interpretavano l’acquisizione come il punto di approdo di un approfondimento culturale. Per loro il possesso di un’opera di valore era fonte di grande appagamento. Oggi per molti l’acquisto è soltanto l’inizio di una speculazione finanziaria”, confessa Fabrizio con un po’ di nostalgia.

Ma quanto vale oggi il mercato italiano delle opere d’arte? “Non arriviamo a rappresentare il 3% del mercato mondiale”, spiega Russo. Una percentuale molto bassa, se consideriamo la densità di opere presenti entro i confini nazionali. “La nostra normativa prevede il meccanismo della notifica, per cui un’opera che oggi ha più di 70 anni necessita di un lasciapassare da parte del Ministero per potersi affacciare sul mercato internazionale. È un approccio molto pericoloso – denuncia – perché confina in una gabbia il mercato italiano. Servirebbe una revisione che conceda la libera circolazione, imponendo al collezionista che aliena l’opera all’estero di far rientrare i capitali in Italia. Una mossa che in un attimo ci farebbe passare dal 3% ad almeno il 10%”.

Nel corso del tempo il peso e l’influenza esercitata dalle gallerie si sono ridotti a vantaggio delle fiere. Se la galleria espone e valorizza un numero limitato di opere in uno spazio curato, la fiera ha un approccio diverso, più frenetico e improntato al commercio. “Oggi il nostro lavoro è in buona parte veicolato da canali di vendita fieristici. Le fiere sono un’arma a doppio taglio – chiarisce Russo – Da un lato, garantiscono grandi opportunità di vendita, dall’altro stanno certamente depotenziando l’istituzione galleria a livello culturale: non c’è più il desiderio di promuovere un discorso continuativo all’interno della galleria, fatto di ricerca, mostre, cataloghi. Si sta perdendo il ruolo territoriale della galleria d’arte quale punto di incontro e scambio di idee”.

La galleria ha storicamente rappresentato un attore cruciale del sistema dell’arte, perno di una triade indissolubile che include da una parte l’artista e dall’altra il collezionista. “Oggi di gallerie vere e proprie, che fanno mostre, fiere ed esposizioni, ce ne sono non più di 250, massimo 300 a livello nazionale, pochissime”, precisa Russo, che ha intrapreso quest’attività nell’84 ed è stato testimone delle profonde trasformazioni che hanno investito il settore.

“Quando ho iniziato io, per fotografare un quadro e spedire gli scatti a New York o Parigi ci volevano due settimane. Oggi bastano dieci minuti. La capacità di comunicare dell’azienda è cambiata e di riflesso anche i canali di vendita”, spiega il gallerista. “Noi ci basiamo sui database ufficiali, delle piattaforme online dove si possono consultare le aggiudicazioni degli artisti degli ultimi vent’anni. Ma in realtà la cosa meravigliosa e immutabile del nostro mondo è che il prezzo alla fine dei conti lo fanno due personaggi, l’acquirente e il venditore. Quello è il vero prezzo, è una magia”.

Ma la magia dell’arte e della contrattazione genuina fra chi compra e chi vende oggi è sempre più spesso compressa da fenomeni puramente speculativi, che riguardano soprattutto l’arte contemporanea. “Il motivo è semplice. La speculazione si può mettere in atto soltanto se esiste un fondo cospicuo di opere da rilevare a poco e da rivendere poi a grosse cifre con la complicità di alcuni operatori del settore. Se prendiamo un grande pittore come De Nittis (seconda metà dell’800, ndr) non ci puoi speculare perché la sua opera è ormai dispersa. Invece con i contemporanei quest’operazione è possibile e a volte il valore di alcuni artisti arriva a decuplicare nel giro di pochi anni”, spiega.

Fabrizio mantiene intatta la passione di un tempo lontano, che forse non esiste più. E intanto guarda al futuro, alla quinta generazione che si affaccia con curiosità alla professione di gallerista. “La vera lezione che sto trasmettendo a mia figlia e a mio nipote è che noi abbiamo la fortuna di relazionarci col mondo del collezionismo, abitato da cervelli superiori ai nostri: più colti, più preparati, più articolati. E quindi ogni giorno abbiamo la possibilità di imparare qualcosa”.

 

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