Gen Z, allarme lavoro: per i top economisti il problema non è l’intelligenza artificiale

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Il drammatico aumento della disoccupazione tra i giovani americani della Gen Z sotto i 25 anni – in particolare tra i neolaureati – è diventato uno dei segnali economici più preoccupanti del 2025. Secondo le ultime analisi di economisti, banchieri centrali e osservatori del mercato del lavoro, questa sembra essere una sfida specificamente americana, legata a un’economia caratterizzata dal fenomeno del “no hire, no fire” – cioè bassi tassi sia di assunzione sia di licenziamento – più che alla sola rapida diffusione dell’intelligenza artificiale.

Per molti giovani della Gen Z, la difficoltà nel trovare lavoro è fonte di frustrazione e insicurezza. Una sensazione che ha recentemente trovato conferma anche ai massimi livelli istituzionali: il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, durante la conferenza stampa che segue abitualmente la riunione del Federal Open Market Committee, ha parlato di un mercato del lavoro “particolare”, sottolineando che “i ragazzi che escono dall’università, i giovani e le minoranze stanno incontrando grandi difficoltà a trovare un impiego”. Powell ha evidenziato come oggi il mercato sia caratterizzato da “poche assunzioni e pochi licenziamenti”, il che rende ancora più arduo l’ingresso per chi cerca il primo lavoro.

Negli ultimi mesi, Deutsche Bank ha parlato di “un’estate in cui l’AI ha mostrato il suo lato oscuro”, e diversi studi hanno segnalato l’impatto dell’automazione su alcune mansioni di ingresso. Powell, però, ha assunto una posizione più prudente: l’intelligenza artificiale “potrebbe essere parte della spiegazione”, ma secondo lui i veri fattori sono il rallentamento generale dell’economia e la prudenza delle aziende nelle assunzioni. Una tesi che ha trovato conferma anche nelle analisi di Goldman Sachs e UBS, che concordano: non è ancora una storia di AI, almeno per ora.

Una gelata sul mercato del lavoro

Secondo Paul Donovan, capo economista di UBS, l’impennata della disoccupazione giovanile negli Stati Uniti contrasta nettamente con quanto accade nel resto del mondo. Nel suo rapporto di venerdì intitolato “The kids are alright?”, Donovan sottolinea che “il mercato del lavoro americano sta vivendo una dinamica peculiare”: nell’Eurozona la disoccupazione giovanile è ai minimi storici, nel Regno Unito continua a calare, e in Giappone la partecipazione dei giovani al lavoro è vicina ai massimi storici. “È altamente improbabile che l’intelligenza artificiale stia penalizzando in modo esclusivo i giovani lavoratori statunitensi”, scrive Donovan.

Giovedì, l’economista di Goldman Sachs Pierfrancesco Mei ha aggiunto che “trovare lavoro richiede più tempo in un mercato con bassa mobilità”. Il concetto chiave è quello di “job reallocation”, cioè il ritmo con cui si creano nuovi posti e quelli esistenti vengono eliminati. Negli Stati Uniti questo processo è in calo dalla fine degli anni ’90, anche se in maniera graduale. Dopo la Grande Recessione, quasi tutti i cambiamenti occupazionali sono avvenuti come “churn” – passaggi tra posti di lavoro già esistenti – e oggi questo churn è nettamente al di sotto dei livelli pre-pandemici, con un impatto diffuso in tutti i settori e Stati, ma che “colpisce soprattutto i più giovani”.

Il dato è concreto: nel 2019, un giovane disoccupato in uno Stato a bassa mobilità impiegava in media 10 settimane per trovare lavoro; oggi ne servono 12.

Donovan concorda con Goldman: sebbene sia facile “dare la colpa alla tecnologia”, la realtà è che l’attuale crisi riflette più un blocco generalizzato delle assunzioni che un’ondata di sostituzione tecnologica.

La via alternativa del lavoro manuale

Un aspetto interessante riguarda i lavoratori meno istruiti. Secondo Donovan, i Gen Z senza diploma hanno avuto meno difficoltà a trovare un impiego a tempo pieno perché, avendo iniziato a lavorare prima, hanno beneficiato di un mercato ancora “caldo” prima del gelo del 2025.

Parallelamente, con l’iscrizione all’università in calo da anni, molti giovani della Gen Z scelgono percorsi professionali e tecnici. In diversi casi, questi “blue-collar entrepreneurs” riescono a guadagnare stipendi a sei cifre e a mettersi in proprio, mentre i loro coetanei laureati si trovano gravati dai debiti universitari.

Un rischio di danni duraturi

Storicamente, i neolaureati sono i più penalizzati durante le fasi di “no hire, no fire”. Durante la Grande Recessione, tra il 2007 e il 2011, l’assenza di nuove posizioni aperte ha segnato in modo permanente i laureati di quel periodo, che hanno guadagnato meno rispetto ai colleghi formatisi in anni di crescita economica. Secondo un’analisi di Stanford, gli effetti si sono protratti per 10-15 anni.

Per la Gen Z e per le minoranze, le conseguenze potrebbero essere gravi: gli esperti parlano di “scarring effects”, danni di lungo termine su reddito, possibilità di acquistare una casa e accumulo di ricchezza. Avviare la carriera in un momento di stallo può tradursi in salari più bassi e in un percorso molto più lento di crescita economica.

Powell ha inoltre ricordato che altri fattori stanno riducendo l’offerta di lavoro, come politiche migratorie più restrittive, e ha sottolineato che le minoranze stanno incontrando difficoltà maggiori nel trovare occupazione.

“La probabilità complessiva di trovare lavoro oggi è molto, molto bassa”, ha detto Powell. “E se inizieranno ad aumentare i licenziamenti, le assunzioni non basteranno a compensare.”

Sul ruolo dell’AI, Powell si è mantenuto cauto: “C’è grande incertezza sull’impatto effettivo dell’intelligenza artificiale”. Secondo il presidente della Fed, l’IA potrebbe aver ridotto la necessità per alcune aziende di assumere giovani laureati come in passato, ma il fenomeno non è ancora chiaramente quantificabile. “Forse c’è un effetto, ma non è il fattore principale”, ha concluso.

L’articolo originale è su Fortune.com

Foto credits: GETTY IMAGES

Poste Italiane Dic 25

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