Humanity in the Loop – L’AI come nuova struttura cognitiva

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Nella primo appuntamento di Humanity in the Loop si parla di AI chiedendosi in quale condizione cognitiva l’essere umano vi si approcci.

L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia esterna che utilizziamo per risolvere problemi circoscritti. È diventata una struttura cognitiva, una presenza continua che filtra informazioni, suggerisce interpretazioni, orienta decisioni, anticipa desideri. In questo senso, l’AI non si limita a produrre output, ma interviene sempre più a monte, nel modo in cui il mondo ci appare comprensibile. In altri termini, non siamo più soltanto noi a utilizzare l’intelligenza artificiale ma è l’intelligenza artificiale che, sempre più spesso, utilizza noi.

Parlare oggi di intelligenza artificiale significa dunque parlare di potere epistemico, del potere di definire ciò che conta come rilevante, plausibile, vero. E ogni potere epistemico, come ricordava Michel Foucault, non è mai neutro. Non si limita ad assistere i soggetti, li plasma.

Humanity in the Loop nasce da questa riflessione e prova a indagare che cosa accade all’autonomia di pensiero quando sistemi progettati per ottimizzare efficienza, coerenza e prevedibilità entrano stabilmente nei circuiti della conoscenza umana.

Nel dibattito pubblico sull’AI, la discussione oscilla spesso tra i due poli opposti dell’entusiasmo prometeico e dell’allarmismo apocalittico. Da un lato, la promessa di una mente estesa, potenziata, aumentata; dall’altro, la paura di una sostituzione dell’umano. Questa rubrica sceglie una terza posizione, meno spettacolare ma più urgente: osservare ciò che sta già accadendo, in silenzio, nella quotidianità ordinaria ma passiva di individui, organizzazioni e istituzioni.

Stiamo assistendo a una delega crescente del pensiero e, soprattutto, del suo momento interpretativo. La sintesi sostituisce l’analisi, la probabilità prende il posto del giudizio, la pertinenza statistica si confonde con il senso. Non si tratta di un evento improvviso, ma di un processo di normalizzazione. Hannah Arendt aveva colto con lucidità questo rischio quando parlava di thoughtlessness: non è l’errore che dovremmo temere, ma l’abitudine a non pensare più, a rinunciare all’esercizio del giudizio in nome della funzionalità.

È in questo contesto che il concetto di human-in-the-loop mostra i suoi limiti. Nato in ambito ingegneristico per indicare la presenza di un operatore umano nei sistemi automatizzati, esso assume implicitamente che la semplice presenza dell’uomo sia sufficiente a garantire controllo, responsabilità ed etica. Ma la presenza dell’essere umano, da sola, non è garanzia di nulla, se è svuotata di capacità critica e non sostenuta da adeguate condizioni di indipendenza cognitiva.

Humanity in the Loop sposta quindi il fuoco. Non chiede soltanto se l’essere umano sia ‘dentro’ il processo, ma in quale condizione cognitiva vi si trovi. È ancora in grado di comprendere, valutare, dissentire? Oppure è ridotto a validatore passivo di output opachi, a supervisore formale di decisioni algoritmiche già prese altrove?

Qui entra in gioco il tema del capitale cognitivo. Non come metafora retorica, ma come realtà concreta. Michael Polanyi parlava di tacit knowledge per indicare quell’insieme di competenze implicite, basate su un sapere pratico e personale, non completamente formalizzabile ma essenziale per la ricerca e la comprensione che rendono possibile la produzione di atti di conoscenza autentica. Gilbert Simondon, a sua volta, metteva in guardia dal rischio di una tecnicità che si autonomizza dall’esperienza umana, producendo alienazione invece che progresso.

Il capitale cognitivo di un individuo – la capacità di interpretare, di stabilire nessi, di riconoscere ambiguità, di sostenere il peso dell’incertezza – non è infinito né automaticamente rigenerabile. Può essere coltivato, ma anche eroso. Ogni tecnologia che promette di “pensare al posto nostro” pone dunque una questione politica prima ancora che tecnica: chi si assume la responsabilità del senso?

Luciano Floridi ha parlato di infosfera per descrivere l’ambiente informazionale in cui viviamo. Ma un’infosfera governata prevalentemente da sistemi automatici rischia di trasformarsi in una semiosfera impoverita, dove il significato viene ridotto a correlazione e il valore a ranking. In questo scenario, l’autorità epistemica migra silenziosamente dall’esperienza umana agli algoritmi, senza un vero dibattito pubblico su legittimità, limiti e finalità.

Humanity in the Loop, mettiamolo da subito in chiaro, non sarà una rubrica tecnofobica. Non proporrà un ritorno nostalgico a un’umanità pre-digitale che, peraltro, non è mai realmente esistita. Ma rifiuta l’idea – oggi molto diffusa – che l’automazione del pensiero sia un progresso inevitabile e intrinsecamente desiderabile. Norbert Wiener, padre della cibernetica, avvertiva già negli anni Cinquanta che delegare alle macchine decisioni che richiedono giudizio umano equivale a rinunciare a una parte della nostra responsabilità morale.

Il rischio più rilevante che oggi dobbiamo affrontare è che l’intelligenza umana venga progressivamente esternalizzata, standardizzata, adattata ai limiti dei sistemi che dovrebbero servirla. E quando il pensiero si conforma all’interfaccia, e non il contrario, qualcosa si spezza.

Parlare di humanity e non solo di human significa riconoscere che in gioco non c’è l’individuo astratto, ma una trama fatta di linguaggio, cultura, memoria, conflitto, pluralità. Significa difendere la possibilità di pensare controcorrente, di produrre interpretazioni non ottimizzate, di esercitare un dissenso che non sia una semplice anomalia statistica.

Preservare l’umanità nei sistemi significa oggi preservare il senso. E preservare il senso è un atto politico. Perché senza giudizio non c’è responsabilità; senza responsabilità non c’è libertà; e senza libertà non c’è democrazia, nemmeno quella, sempre più fragile, che si gioca sul terreno dell’autonomia cognitiva di ogni individuo.

Humanity in the Loop nasce per abitare questo spazio scomodo. Non per offrire risposte rassicuranti, ma per tenere aperte le domande giuste e allenarci al giudizio senza pregiudizio. È una scelta strategica, non etica in senso astratto. Perché senza giudizio non c’è responsabilità. E senza responsabilità non c’è governo né delle tecnologie, né delle organizzazioni, né, in ultima istanza, di un futuro che è già presente e ci sta cogliendo impreparati.

Nel prossimo appuntamento, Humanity in the Loop entrerà nel territorio più delicato dell’interazione uomo-macchina che riguarda l’effetto persuasivo dell’intelligenza artificiale. Non una manipolazione esplicita, ma quella forma di influenza silenziosa che interviene a monte delle scelte e rischia di espropriare, passo dopo passo, il capitale cognitivo degli individui. 

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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