Hormuz, la sfida Usa-Iran per il controllo delle rotte petrolifere

Petroliera

A prescindere da un eventuale accordo di cessate il fuoco che porti alla riapertura dello Stretto di Hormuz, la capacità dimostrata dall’Iran di bloccare il passaggio continuerà a pesare sull’economia globale, trasformando questa stretta via marittima in uno spazio permanentemente conteso.

Tuttavia, se da un lato gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a ripristinare completamente la libertà di navigazione nello Stretto, dall’altro nelle ultime settimane hanno intensificato la comunicazione per cercare di ridimensionare il nuovo potere di pressione acquisito da Teheran.

A partire dalla fine del mese scorso, funzionari statunitensi hanno iniziato a rivelare che un numero crescente di navi stava attraversando lo Stretto grazie all’assistenza americana lungo una rotta che costeggia l’Oman. Successivamente sono emerse informazioni su un ruolo più ampio della Marina Usa, impegnata in attività di “sorveglianza navale” e protezione contro eventuali attacchi iraniani.

L’aumento del traffico rappresenta ancora solo una frazione dei livelli precedenti alla guerra, ma ha contribuito ad allentare la pressione sui mercati energetici, concedendo più tempo prima che le scorte raggiungano livelli critici e offrendo agli Stati Uniti maggiore margine nei negoziati con l’Iran.

La “missione segreta” raccontata da Trump

Martedì il segretario all’Energia Chris Wright ha ammesso davanti al Congresso che il traffico nello Stretto di Hormuz è aumentato “in modo molto significativo” grazie a un’operazione militare che non era stata resa pubblica.

Il giorno successivo Donald Trump ha parlato di una “missione segreta” che avrebbe consentito di immettere sul mercato oltre 100 milioni di barili di petrolio, equivalenti a circa cinque giorni di spedizioni ai livelli precedenti al conflitto.

“Posso dirlo adesso. È qualcosa che non sapevate”, ha affermato. “Sapete che stiamo facendo uscire milioni di barili di petrolio? Nessuno lo sa. Sapete chi non lo sa? L’Iran… almeno fino a questo momento”.

Washington: “L’Iran non controlla Hormuz” 

Giovedì il Comando Centrale degli Stati Uniti ha pubblicato un messaggio sostenendo che lo Stretto di Hormuz è aperto al traffico commerciale, indicando le rotte considerate sicure, il numero di navi già transitate e le forze schierate per difenderle.

“L’Iran non controlla lo Stretto di Hormuz”, ha aggiunto.

Anche il segretario agli Interni Doug Burgum si è unito a questa linea venerdì, affermando che in alcune notti oltre venti navi lasciano il Golfo Persico approfittando dell’oscurità e della protezione fornita dalle forze statunitensi.

Domenica il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha rincarato la dose in un’intervista a CBS News, definendo il blocco navale statunitense contro l’Iran “impenetrabile” e sostenendo che ormai 125 milioni di barili di petrolio hanno lasciato il Golfo, “dimostrando che siamo noi a controllare lo Stretto”.

Una guerra silenziosa per il controllo delle rotte

Nel frattempo, l’Iran ha istituito un proprio corridoio di navigazione lungo la costa nazionale, imponendo pedaggi alle navi che lo utilizzano e attaccando quelle che cercano di evitarlo.

Di conseguenza, le forze statunitensi e i Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC) continuano a scambiarsi colpi con regolarità, mentre entrambe le parti mantengono rotte marittime concorrenti.

Gli Stati Uniti hanno bombardato siti missilistici iraniani e distrutto imbarcazioni veloci d’attacco, mentre l’IRGC ha lanciato droni contro navi commerciali e ha persino abbattuto un elicottero d’attacco Apache, costringendo al recupero dell’equipaggio in mare.

Sotto la protezione dell’esercito americano, le petroliere attraversano lo Stretto dal Golfo Persico al Golfo di Oman, dove trasferiscono il petrolio su altre navi tramite operazioni ship-to-ship, una tecnica utilizzata da anni anche dalle cosiddette “flotte ombra” di Iran e Russia per aggirare le sanzioni occidentali.

Il Kuwait torna a esportare petrolio

Una volta completato il trasferimento, le nuove petroliere trasportano il greggio verso i mercati internazionali, mentre quelle vuote rientrano nel Golfo Persico per caricare nuove forniture.

Questo sistema ha permesso al Kuwait, che non dispone di alternative significative allo Stretto di Hormuz per esportare il proprio petrolio, di iniziare finalmente a ridurre le scorte accumulate durante la chiusura.

Martedì il Paese ha infatti ripreso a offrire il proprio greggio alle raffinerie asiatiche, per la prima volta dall’inizio della guerra con l’Iran.

Anche gli Emirati Arabi Uniti, che possono contare su un oleodotto in grado di aggirare parzialmente lo Stretto, stanno continuando a vendere petrolio ai clienti asiatici.

Le esportazioni kuwaitiane sono però considerate particolarmente significative perché partono dal cuore del Golfo Persico: le petroliere devono quindi navigare per lunghi tratti sotto l’influenza diretta della costa iraniana prima ancora di raggiungere lo Stretto di Hormuz.

Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

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