Lo sport tra spettacolo e tecnologia: ecco come cambia la fruizione

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Televisioni, social e tecnologia trasformano lo sport in show, coinvolgendo soprattutto giovani anche a distanza.

Televisioni + nuove tecnologie + globalizzazione + social = spettacolarizzazione. E là dove c’era l’erba, avrebbe cantato Adriano Celentano, adesso c’è (invece della città del ragazzo della via Gluck) uno show, con tanto di immagini psichedeliche, urla ed effetti speciali. Nel calcio in particolare ma ormai in quasi tutti gli sport un contorno gigantesco sta superando per importanza l’evento stesso. Obiettivo? Moltiplicare i “contatti”, coinvolgere anche quelli che al gioco in sé non sono interessati.

Americanata

L’abbinata sport-spettacolo è un classico americano, dove soprattutto il Super Bowl di football è un’enorme festa nazionale che dura giorni interi. Lì però l’evento non intacca mai la sacralità del risultato perché le due cose sono nate insieme e non ci sarebbe partita senza inno cantato dall’icona pop, concerti, deltaplani e pupazzi a forma di snack. In Italia, invece, l’antica partita di pallone è stata soltanto molto dopo affiancata dal mondo attorno, finendone sommersa. Un esempio che farà scuola in questo senso è il recente primo Mondiale per Club, svoltosi negli Stati Uniti più per ragioni di marketing che agonistiche.

Certo, a vincere è stato il credibilissimo Chelsea in finale sull’incredibile Paris Saint-Germain, ma location, caldo, orari e calendario, al termine di una stagione logorante, ne hanno subito minato la credibilità. Così come la lista delle partecipanti, che in nome della globalizzazione annoverava i dilettanti neozelandesi dell’Auckland City (0-10 nel primo incontro) e non club storici. Eppure il presidente della Fifa Gianni Infantino, mentore del torneo, l’ha esaltato: “Un enorme successo. Ha generato ricavi per oltre due mld di dollari nelle 63 partite, una media di 33 mln di dollari a gara”. E poco importa se diverse partite sembravano allenamenti, se molti stadi erano mezzi vuoti e se tutto era troppo americano per essere calcio. Come il concerto nell’intervallo di Coldplay & co., tra balli e messaggi inclusivi mentre i (veri) tifosi preferivano la canonica triade “bagno, birra e popcorn”.

 

Teleshow

In Italia la spettacolarizzazione dello sport è iniziata con l’avvento delle pay tv. Nate per assecondare il tifoso, si sono poi fatte prendere la mano. Oggi pagano un sacco di soldi e per questo decidono il calendario, moltiplicando anche attese, post e contorno. Il risultato è una sovraesposizione che, alzando i prezzi per lo spettacolo aggiuntivo, ha partorito l’effetto opposto. Tanto che quest’anno i telespettatori (nostra elaborazione su dati Auditel) sono stati 188.460.574, con una media di 4.959.488 a giornata. In calo rispetto al campionato scorso, quando il totale era stato di 205.446.920 spettatori e la media di 5.406.497. E poi c’è la smania di rendere tutto più importante, a partire dai telecronisti, diventati showmen a volte da avanspettacolo.

Così che la telecronaca di una partita diventa qualcosa che (incredibilmente) travalica la partita stessa. A parte i toni esagerati che trasformano in un “ca-po-la-vo-ro me-ra-vi-glio-so” urlato a squarciagola ogni “bel gol da fuori area” di vecchia memoria, c’è la logorroica presenza di prima e seconda voce, che per minuti consecutivi chiacchierano di aneddoti, ricordi personali e valutazioni dimenticando la diretta perfino durante un’azione pericolosa, salvo poi rientrare in cronaca quando spesso è troppo tardi. Critici e tifosi hanno scritto ovunque che lo sproloquio distrae, rompe la sacra tensione del match e alla fine annoia o irrita oltre a rendere poco credibile il tutto, se tutto è “stra-or-di-na-rio”. Ma niente, lo spettacolo deve continuare.

 

A migliaia di chilometri

Eppure la dilatazione dei tempi dello spettacolo non aiuta a trattenere i più giovani, in fuga ad esempio dagli stadi. Secondo una ricerca del Capgemini Research Institute del 2023, il 77% dei tifosi della Generazione Z e il 75% dei Millennials preferiscono fruire gli eventi sportivi fuori dagli impianti di gioco e il 70% di questi direttamente dallo smartphone. Mentre l’Eca (European Club Association) già nel 2021 aveva rilevato che il 40% degli europei tra i 16 e i 24 anni si dichiarava per nulla interessato al calcio. Un trend negativo aumentato negli anni, soprattutto nella fascia 10-18 anni, con social e videogiochi a ridurre attenzione e pazienza. E poi ci sono i pessimi risultati della Nazionale, che spingono sempre più verso gli altri sport. Anche quelli un tempo elitari. Pensiamo al golf, con la Federgolf che ha sempre più tesserati: nel 2023 oltre 100mila, +10% rispetto al già ottimo 2022.

È però il tennis che sta spopolando, grazie allo straordinario Jannik Sinner ma anche a Jasmine Paolini e agli altri nostri atleti. La finale di Wimbledon di luglio vinta da Sinner contro lo spagnolo Alcaraz è stata seguita su Tv8 da 5 milioni e 670mila spettatori. Un risultato straordinario che ha superato perfino la pur importante Norvegia-Italia di calcio del mese prima, vista da 5.521.000 persone su Rai1. Una vittoria della racchetta inconcepibile anni fa. Ancora: nel 2024 i tesserati alla Federazione (Fitp) sono stati 1.151.769, +266% rispetto al 2020.

Per lo Stato il tennis genera un valore di 6,6 mld di euro, con un impatto diretto e indiretto rispettivamente di 4,2 e 1,6 mld e un contributo al valore aggiunto del Pil di 3,3 mld: numeri piccoli rispetto al calcio, ma in fortissima crescita e sempre più sottratti al prima intoccabile pallone. Pascal Brier, Chief Innovation Officer di Capgemini, ha spiegato: “Le modalità di fruizione dello sport si sono completamente trasformate. La tecnologia garantisce un maggiore livello d’immersione e interattività, anche a migliaia di chilometri di distanza. Questo offre il potenziale per raggiungere la prossima generazione in tutto il mondo e in modi diversi, innovativi ed entusiasmanti”.

 

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

Poste Italiane Dic 25

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