Bianca Bagnarelli: “Disegnare significa prendere posizione”

Bianca Bagnarelli

Il potere dell’immagine narrativa secondo Bianca Bagnarelli, resa famosa dalla sua copertina per il ‘New Yorker’.

Le immagini arrivano prima. Delle parole, dei suoni, delle reazioni. Arrivano e restano, come un pugno nello stomaco. E condizionano, graffiano, segnano. Bianca Bagnarelli, fumettista e illustratrice tra le più riconosciute a livello internazionale, lavora esattamente in questo spazio: quello in cui lo sguardo costruisce il senso prima ancora del linguaggio.

Dalla copertina del New Yorker che l’ha resa famosa alle illustrazioni per Bloomberg Magazine, il suo operato racconta il lavoro, le migrazioni, la tecnologia, i rapporti umani – senza mai trasformarsi in manifesto, ma diventando inevitabilmente politico.

Lei è fumettista e illustratrice, che differenza c’è? 

Sono due cose diverse, che richiedono competenze differenti. L’illustrazione è la traduzione in immagini di un testo o di un concetto preciso. Vive quasi sempre insieme a qualcosa d’altro. Quella che faccio io è spesso un’illustrazione narrativa, quindi racconta una storia partendo da un testo. Il fumetto invece è fatto di tante immagini che, messe una dopo l’altra, costruiscono una narrazione. Richiede competenze diverse: regia, scrittura, ritmo, storytelling. Le ‘porte’ che si aprono sono molte di più, è un lavoro più complesso. Non migliore o peggiore dell’illustrazione, semplicemente richiede un cappello diverso. Faccio l’illustratrice professionalmente dal 2013, ma parto prima come fumettista, e credo che questo si veda anche nel mio lavoro di illustrazione: tutta la mia formazione viene da quel linguaggio.

Come si disegnerebbe, se dovesse fare un autoritratto?

Mi è stato chiesto qualche tempo fa ed è stato difficilissimo. Non mi piace disegnarmi. Però c’è un paradosso: credo che tutti i disegnatori si disegnino continuamente, anche senza volerlo. Quando disegni, tendi a riprodurre una forma che ti è consueta. Succede spesso che un autore assomigli ai suoi personaggi. È una cosa inconscia, ma penso sia vera anche per me.

Da dove nasce l’ispirazione nel suo lavoro?

Nei lavori personali mi interessano soprattutto i rapporti tra le persone: le incomprensioni, i momenti in cui ci si parla e non ci si capisce. Cerco di condensare sulla pagina emozioni realmente vissute. Nel lavoro su commissione, invece, il tema è dato dal testo. Lì l’attenzione si sposta molto sul disegno, sulla luce. Ho una vera ossessione per la luce – che poi è un altro modo di dire colore. È una componente centrale: quando penso a un’immagine, il colore è una delle prime cose a cui penso, forse più della composizione. Influenza enormemente ciò che le persone percepiscono.

Milano o Bologna: quale città ha inciso di più sulla sua formazione?

Bologna, senza dubbio. A Milano c’è l’infanzia, che è una fase di inconsapevolezza. A Bologna ho letto i libri che mi hanno formata, ho conosciuto autori fondamentali, ho vissuto l’esperienza dell’autoproduzione. Per me Bologna era già ‘la città dei fumetti’ quando vivevo a Milano. Leggendo Pazienza, o Mondo Naif nei primi Duemila, una rivista che pubblicava molti autori che poi mi sono ritrovata come professori in Accademia. Bologna era un obiettivo ancora prima di arrivarci.

Le immagini possono essere più politiche della scrittura?

Non mi siedo mai al tavolo pensando di trasmettere un messaggio politico. Ma inevitabilmente ciò in cui credi filtra nel tuo lavoro. L’immagine ha un’immediatezza fortissima: racconta una storia in un attimo, senza barriere linguistiche e con meno barriere culturali. È un veicolo di pensiero potentissimo.

La copertina del New Yorker l’ha resa nota a un pubblico globale. Come è nata?

È nata perché mi è stata chiesta. La redazione mi ha invitato a proporre diverse idee e ne ha scelta una. L’immagine riflette un’esperienza che ho vissuto tante volte: lavorare mentre gli altri fanno festa o sono in pausa. Racconta una condizione diffusa, quella di una generazione in cui i confini tra lavoro e vita privata sono sempre più porosi. Non voleva essere un manifesto, ma parlando di sé spesso si parla anche agli altri.

Che cos’è stato ‘Delebile’?

Un progetto di autoproduzione a fumetti nato in Accademia di Belle Arti a Bologna, con un focus sul racconto breve. Non aveva scopo di lucro, tutti i fondi venivano reinvestiti nel progetto. È durato dal 2010 al 2018. È stato fondamentale dal punto di vista formativo: impari tutto, dalla tipografia alle fiere, dal rapporto con i lettori alla produzione editoriale. Un’esperienza non replicabile, anche se incompatibile con una vita lavorativa stabile.

La mostra ’Per sparire’ rende visibile il processo. Perché?

Per Sparire è stata fatta in occasione del festival di fumetto e illustrazione bolognese ‘a occhi aperti’. Lavoro in digitale e non esistono originali. In mostra si vedono stampe perfette, ma sparisce tutto il processo. Volevo rendere visibile anche quel lavoro invisibile che c’è dietro una tavola digitale.

L’intelligenza artificiale ha cambiato il suo lavoro?

Per ora no. Faccio fatica a vedere valore in immagini che non hanno accumulo di esperienza, sacrificio, tensione, contraddizione. Ma il futuro arriva velocissimo e imprevedibile. Vedremo.

Molti suoi lavori affrontano temi come immigrazione, tecnologia, lavoro. Sente una responsabilità politica?

L’illustrazione editoriale è politica perché è arte pubblica. Ma è anche un lavoro profondamente collaborativo: con il giornale, l’art director, il testo. La responsabilità è condivisa. Io cerco di scegliere temi che sento vicini alla mia sensibilità. Io accetto i lavori che trattano temi a cui sono legata, che mi stanno a cuore e questo funziona da filtro per me. Farei farei molta fatica a lavorare su temi che vanno completamente da un’altra parte rispetto a quello in cui credo.

A quali lavori è più legata ultimamente?

A una serie per Bloomberg Magazine che si chiama Immigration Inc.: storie che partono dai dati e li intrecciano con testimonianze dirette di persone colpite dalle deportazioni forzate negli Stati Uniti.

Le immagini contano anche nell’economia e nella finanza?

Certo, per la loro immediatezza. Proprio perché i temi sono ‘freddi’, le immagini servono ancora di più: condensano, aggiungono sfumature, attraggono. Ti tirano dentro. Sono il canto di una sirena che ti spinge a leggere ciò che altrimenti non leggeresti.

Un progetto a cui tiene particolarmente?

Il libro ‘Animali domestici’, uscito per Coconino Press e in uscita in Francia per Gallimard.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

Poste Italiane Dic 25

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