Accertamenti fiscali più selettivi, con monitoraggio dei movimenti bancari e controlli a ‘doppia soglia’. L’Agenzia delle Entrate è al lavoro con il nuovo ‘Redditometro’, lo strumento di accertamento fiscale con cui verifica se il reddito dichiarato da un contribuente è coerente con il suo tenore di vita e con le spese sostenute.
Con il Decreto Legislativo n.108/2024, l’accertamento sintetico – questo il termine tecnico per indicare il ‘Redditometro’ – scatta in base a requisiti più restrittivi rispetto al solo possesso di beni considerati di lusso. Il Fisco lo può ora effettuare, infatti, al verificarsi di due condizioni: lo scostamento percentuale, per cui il reddito ricostruito dall’Agenzia delle Entrate (sulla base delle spese effettive) deve risultare superiore di almeno il 20% rispetto a quello dichiarato dal contribuente; e la soglia quantitativa, ossia uno scarto tra il reddito ricostruito e quello dichiarato superiore di almeno 10 volte l’importo annuo dell’assegno sociale, che nel 2026 equivale a circa 71.011 euro.
Con l’introduzione di requisiti più stringenti, l’Agenzia intende limitare il redditometro ai casi di evasione fiscale più rilevanti, evitando controlli su differenze contenute o su contribuenti con redditi medio-bassi. Di conseguenza l’attività del Fisco si andrebbe a concentrare sui casi in cui vi sia una sproporzione molto significativa tra reddito dichiarato e capacità di spesa.
Più controlli anche su movimenti bancari e conti correnti
Tra le strategie anti-evasione rientra anche l’analisi dei movimenti bancari e dei conti correnti. Le banche dati dell’Anagrafe dei conti correnti permettono oggi un monitoraggio costante dei flussi finanziari, per individuare discrepanze tra le entrate ufficiali nel patrimonio di un cittadino e il tenore di vita ostentato. Ma l’Agenzia delle Entrate non monitora ogni singola transazione in tempo reale, lasciando ad algoritmi il compito di rilevare incongruenze tra il reddito dichiarato e la capacità di spesa.
Il lungo (e tortuoso) percorso del redditometro
Il redditometro è stato introdotto a partire dal 1973, ma è stato potenziato in particolare tra il 2010 e il 2013. È stato il primo governo Conte, nel 2018, a sospenderlo, affermando che prima di riattivarlo fosse necessario chiarire meglio come stabilire il reddito di una persona per accusarla di evasione. Dopo alcuni anni di stop, il governo Meloni lo ha reintrodotto nel 2024, scatenando polemiche interne al centrodestra, specialmente da Lega e Forza Italia, che avevano portato la presidente del Consiglio a fare marcia indietro. Dopo alcune settimane di ‘litigi’ interni, ad agosto dello stesso anno è stato pubblicato il decreto legislativo con i nuovi criteri, gli stessi che ora il Fisco sta iniziando a implementare.
