L’Italia vuole fare impresa, ma resta indietro: cosa frena gli imprenditori

Imprenditori riunione

La voglia di fare impresa cresce, ma trasformare un’idea in un’azienda resta più difficile che in molti altri Paesi avanzati. È il quadro che emerge dal Rapporto GEM Italia 2025-2026 (Global Entrepreneurship Monitor), secondo cui il tasso di imprenditorialità nelle fasi iniziali (TEA, Total Early-stage Entrepreneurial Activity) ha raggiunto circa l’11% della popolazione adulta, il livello più alto degli ultimi anni. Nonostante questo risultato, l’Italia occupa soltanto il 30° posto su 48 economie analizzate, segno che il contesto continua a frenare la nascita e soprattutto la crescita delle imprese.

Più intenzioni, meno imprese

Il rapporto evidenzia come aumenti soprattutto l’imprenditorialità per opportunità, cioè la scelta di avviare un’attività per cogliere nuove occasioni di mercato e non per necessità. Eppure, questo dinamismo non si traduce in una crescita delle nuove aziende. Dopo il rimbalzo registrato nel biennio 2024-2025, le iscrizioni si sono stabilizzate: dalle oltre 400mila nuove imprese del 2010 si è passati a circa 325mila nell’ultimo biennio.

A pesare sono soprattutto la difficoltà di accesso ai finanziamenti, la complessità burocratica, la scarsa percezione delle opportunità e il timore del fallimento. Quasi un italiano su cinque dichiara di voler avviare un’impresa, ma solo una parte riesce a trasformare questa intenzione in un’attività concreta.

L’ecosistema resta il vero ostacolo

Secondo il Global Entrepreneurship Monitor, il problema non riguarda soltanto la nascita delle imprese, ma la capacità dell’ecosistema italiano di accompagnarle nella fase di crescita. Se da un lato aumentano gli investimenti in innovazione, digitalizzazione e sostenibilità, dall’altro il Paese continua a mostrare ritardi nell’accesso al capitale, nella semplificazione amministrativa e nel sostegno alle startup rispetto ad altre economie avanzate.

Il rapporto mette inoltre in evidenza un persistente divario di genere. Il tasso di imprenditorialità femminile supera di poco l’8%, contro circa il 13% di quello maschile. Tra le cause figurano una minore fiducia nelle proprie capacità imprenditoriali, una più bassa percezione delle opportunità e una maggiore paura di fallire.

La sfida della competitività

Il paradosso evidenziato dal rapporto è chiaro: gli italiani vogliono fare impresa, ma il sistema fatica ancora a trasformare questa propensione in aziende solide e competitive. Per gli autori dello studio, rafforzare l’accesso ai capitali, ridurre gli ostacoli burocratici e investire nella formazione imprenditoriale sono alcune delle leve fondamentali per migliorare la competitività del Paese e colmare il divario con le altre economie avanzate.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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