Bloomberg contro Trump: “Lo Stato nell’AI? Farebbe impallidire George Orwell”

Altman Trump

Il fondatore di Bloomberg critica l’ipotesi di un ingresso del governo americano nelle aziende dell’intelligenza artificiale: “Più che innovazione, rischia di alimentare clientelismo e conflitti di interesse”

L’idea che il governo degli Stati Uniti possa acquisire una partecipazione nelle principali aziende di intelligenza artificiale divide il mondo della tecnologia. A schierarsi apertamente contro la proposta attribuita all’amministrazione di Donald Trump è Michael Bloomberg, imprenditore miliardario, fondatore di Bloomberg LP ed ex sindaco di New York.

In un editoriale pubblicato su Bloomberg Opinion, Bloomberg definisce il progetto un passo che trasformerebbe Washington da arbitro del settore a investitore diretto, creando pericolosi conflitti di interesse. Una prospettiva che, scrive, farebbe sorridere Karl Marx e “farebbe impallidire George Orwell”.

Perché Trump valuta un ingresso pubblico nell’AI

L’ipotesi nasce mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere la leadership nell’intelligenza artificiale in una competizione sempre più serrata con la Cina.

Finora il modello americano si è basato su un equilibrio preciso: gli investitori privati finanziano lo sviluppo delle tecnologie assumendosi il rischio, le aziende mantengono inizialmente la proprietà delle innovazioni e, con la quotazione in Borsa, i benefici vengono progressivamente distribuiti al mercato. Il governo, invece, interviene soprattutto come regolatore.

Secondo Bloomberg, questo modello è oggi sotto pressione. Lo sviluppo dell’AI richiede investimenti sempre più elevati, la concorrenza cinese si intensifica e Washington considera ormai l’intelligenza artificiale una tecnologia strategica per la sicurezza nazionale. Da qui la proposta di valutare un ingresso diretto dello Stato nel capitale delle aziende del settore.

L’idea ha trovato consensi trasversali, sia tra alcune componenti della destra e della sinistra americana sia all’interno della stessa industria dell’intelligenza artificiale.

Bloomberg: “Lo Stato non deve diventare investitore”

Per Bloomberg, però, la soluzione è profondamente sbagliata.

Se il governo diventasse azionista delle aziende che dovrebbe regolamentare, sostiene, nascerebbe un sistema nel quale le decisioni pubbliche potrebbero essere influenzate dagli interessi economici dello Stato stesso.

“Da qualche parte Karl Marx sta sorridendo”, scrive l’imprenditore, aggiungendo che le implicazioni sul controllo dell’informazione e dell’economia “farebbero impallidire George Orwell”.

Secondo Bloomberg, un simile modello aprirebbe la strada al clientelismo, alterando il funzionamento del libero mercato e trasformando il settore dell’intelligenza artificiale in un sistema dominato dai rapporti privilegiati con il potere politico.

I cittadini possono beneficiare dell’AI senza uno Stato azionista

Bloomberg respinge anche l’argomento secondo cui una partecipazione pubblica sarebbe necessaria per permettere agli americani di condividere i benefici economici dell’intelligenza artificiale.

Chi desidera investire nelle aziende del settore, osserva, potrà acquistarne le azioni una volta quotate sui mercati finanziari. Nel frattempo, cittadini e imprese stanno già beneficiando dell’AI attraverso applicazioni che migliorano il rilevamento delle frodi, accelerano la ricerca medica, automatizzano la contabilità e aumentano la produttività.

A questi vantaggi si aggiunge l’effetto macroeconomico: una crescita più elevata dell’economia potrebbe tradursi in maggiori entrate fiscali da destinare ai servizi pubblici.

“Se il problema è il gettito, cambiate il fisco”

Per Bloomberg, se Washington ritiene che le aziende dell’intelligenza artificiale non contribuiscano abbastanza al bilancio pubblico, la risposta dovrebbe essere una riforma fiscale, non l’ingresso dello Stato nel capitale delle imprese.

L’imprenditore avverte che un governo contemporaneamente regolatore e azionista rischierebbe di compromettere la concorrenza, favorendo alcune aziende rispetto ad altre e alimentando dinamiche opache.

La conseguenza, conclude, sarebbe un mercato sempre più dominato da trattative riservate e interessi politici, anziché dall’innovazione e dalla competizione.

Una posizione che si inserisce nel dibattito sempre più acceso sul ruolo che i governi dovranno assumere nello sviluppo dell’intelligenza artificiale: semplici regolatori, partner strategici o investitori diretti nelle tecnologie considerate decisive per la sicurezza nazionale e la competitività economica.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Fortune.com

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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