9 Settembre 2019

Il ‘nuovo’ Conte e il nemico di sempre

Fabio Insenga

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Il presidente del Consiglio è sempre lui. Succede a se stesso. Ma Giuseppe Conte oggi è un premier che vuole mostrare un volto diverso rispetto a quello che aveva quindici mesi fa, quando si presentava come garante dell’alleanza populista giallo-verde. Sono diversi i toni, le immagini, le citazioni che usa. Il nemico, però, è sempre lo stesso: la conflittualità tra i partiti della sua maggioranza. Le ragioni di parte che finiscono quasi sempre per prevalere sull’interesse reale del governo. E del Paese. Per ora, tutto sommato, Cinquestelle e Pd hanno trovato un loro equilibrio. Si riflette anche nel testo che Conte ha diligentemente limato fino alla versione definitiva, scelta per presentarsi alle Camere e ottenere la fiducia. Un equilibrio necessario per evitare il voto e uscire dall’angolo in cui il leader della Lega, Matteo Salvini, era riuscito a mettere entrambi, prima del clamoroso passo falso di agosto.

In casa Cinquestelle sono cambiati alcuni interpreti, si è ridimensionata la figura del leader Luigi Di Maio, è cambiata soprattutto, per volere del fondatore Beppe Grillo, la valutazione sull’esperienza populista. In casa Pd, per la prima volta dopo tempo, la crisi è stata vissuta con una sorprendente capacità di evitare i soliti strappi interni. La conflittualità aspra degli ultimi anni tra i due principali partiti della maggioranza (Leu, per ora, si adegua) è stata messa da parte per costruire un’alleanza che è palesemente artificiale. La domanda che in queste ore diventa fondamentale è: quanto durerà, in un campo e nell’altro, una tregua che sembra giustificata più dall’opportunità che dalla convinzione? Dalla risposta a questa domanda dipendono le sorti di questo governo.

Le parole di Conte alla Camera servono a tenere insieme un progetto che, nei titoli elencati, può aprire lo spiraglio per l’apertura di una stagione diversa. Eloquente l’esercizio da equilibrista per affrontare i temi più controversi, dalle concessioni autostradali alle infrastrutture, con cui Conte ha misurato le parole, allontanando per ora il momento delle scelte, inevitabilmente divisive. Alla necessità di tenere insieme quelli che non sono più contraenti di un contratto ma, almeno nelle premesse di oggi, veri e propri alleati, si aggiunge l’altra grande incognita: la capacità di reperire le risorse che servono. Sono direttamente proporzionali all’ambizione con cui si vogliono pensare i provvedimenti annunciati: già parlando solo di fisco e lavoro, dalla riduzione del cuneo fiscale al salario minimo, e aggiungendo la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, il conto è salato. Si può saldare ma, anche in questo caso, servono scelte nette, senza compromessi. A partire dalla lotta all’evasione fiscale e dal taglio della spesa improduttiva.

Conte è consapevole di tutte e due le variabili. Per questo, dismessi i panni dell’avvocato del popolo e indossati quelli ingombranti del ‘premier illuminato’, non può che chiedere alla sua maggioranza di archiviare la stagione delle liti in salsa giallo-verde, usando toni miti, invocando sobrietà e chiedendo collaborazione. Per questo, le sue citazioni virano bruscamente dall’elogio del populismo nel segno di Fedor Dostoevskij alla Repubblica dal “volto umano” di Giuseppe Saragat. Per passare dalle citazioni alla politica economica e alle scelte importanti che lo aspettano sui diritti e le riforme, il premier non ha alternative: chiudere con il passato e sperare in una ‘conversione’ vera, e non solo strategica, di Cinquestelle e Pd alla nuova dottrina del fare. Senza litigare. O, quanto meno, litigando il meno possibile.

 

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