18 Settembre 2019

Tesla, Uber, Lyft e Snap stanno bruciando un sacco di soldi

Fortune

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Le aziende tech quotate in borsa di recente (Tesla, Uber, Lyft e Snap) sembrerebbero avere molto in comune con i loro precursori, oggi colossi nel settore. Ma i vecchi titani non hanno mai bruciato così tanti soldi come le new entry del mercato.

“Per fare soldi devi spendere soldi” è una delle massime più ampiamente accettate nel mondo del lavoro di tutti i tempi. E da nessuna parte questa credenza è più innata che nella Silicon Valley, dove aziende come Tesla, Uber, Lyft, e Snap hanno valutazioni vertiginose basate sulla convinzione che un giorno, guadagneranno molto. I sostenitori di queste aziende vogliono farci credere che raccogliere miliardi freschi da spendere per finanziarne le attività sia un rito di passaggio regolare. Dopotutto, giganti come Amazon, Apple, Facebook, and Google non hanno forse tirato fuori tonnellate di contante nella loro strada verso la profittabilità? Fortune ha deciso di scoprire quanti soldi hanno speso Amazon, Apple, Facebook e Google nei loro primi anni di attività. E quale è il rapporto tra questa spesa iniziale e quella che sostengono oggi le nuove aziende tech. Per ottenere queste risposte, abbiamo riesaminato i primi report finanziari pubblicati da ciascuna azienda, a partire dai prospetti di offerta per quotarsi in Borsa.  

È venuto fuori che la teoria secondo la quale queste aziende tech di successo avrebbero bruciato un bel po’ di soldi durante il loro avviamento, è semplicemente sbagliata. Anzi, è incredibilmente sbagliata. Analizzando da vicino gli esordi di questi colossi, quelli che noi abbiamo ribattezzato Fab Four, ovvero Amazon, Apple, Facebook e Google (ora Alphabet), ci si rende conto che seguivano modelli a dir poco frugali se messi a confronto con la nuova ondata (che abbiamo soprannominato Breakneck Burners: Tesla, Uber, Lyft e Snap). È vero che durante la frenesia delle dotcom nei primi anni 2000 molte aziende tecnologiche hanno prodotto perdite mentre divoravano nuovi investimenti. Ma quelle che hanno bruciato pile di soldi si sono rivelate grandi fallimenti come Webvan e eToys.com, e non vincitori come Google.  

Oggi, spiega l’esperto contabile Jack Ciesielski, “vedi queste aziende che consumano un sacco di soldi, e gli investitori non le paragonano con i fallimenti dell’Era delle dotcom, ma con i sopravvissuti”. Per questa analisi, il parametro cruciale non è il profitto netto ma il ‘free cash flow’ (fcf), che è calcolato prendendo “i soldi in entrata generati da attività operative” meno i flussi di cassa in uscita per investimenti (capex). In poche parole, le entrate meno i soldi che si spendono per far crescere l’azienda. Le differenze sono impressionanti.  

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di settembre.

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