29 Ottobre 2019

Questa startup può cambiarci la vita con il riconoscimento facciale

Carlotta Balena

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Dalle indagini di polizia alle crociere, dai pagamenti bancari ai casino. Le applicazioni del riconoscimento facciale sono così tante che per noi oggi ci è difficile anche immaginarle: si tratta di una tecnologia di intelligenza artificiale che consente di verificare l’identità di una persona attraverso il suoi dati biometrici. Ogni viso, infatti, è composto da una “mappa” di dati che non cambia né con l’invecchiamento né con i mutamenti della pelle o della barba, e che può essere usata per identificarci in qualsiasi momento. E se state pensando al Grande Fratello di Orwell, potreste ricredervi: il riconoscimento facciale offre enormi potenzialità sia a livello pubblico sia a livello privato, e potrebbe veramente essere una tecnologia “game-changer”, che ci cambierà la vita. 

Con le dovute precauzioni: “Voglio dirlo subito, tutti si spaventano quando sentono parlare di riconoscimento facciale per la paura di essere schedati, ma non è così. Non siamo in Cina, non usiamo le tecnologie per invadere la privacy delle persone: piuttosto miglioriamo loro la vita” dice Simone Pratesi, Ceo di Reco 3.26, startup con sede a Lecce specializzata in tecnologie di intelligenza artificiale su computer grafica, che ha sviluppato un sistema estremamente performante di face recognition, ovvero di riconoscimento facciale. “Il nostro sistema opera in totale rispetto della legge sulla privacy italiana, tra le più rigide in Europa e nel mondo”. 

Il sistema di Reco 3.26, infatti, ha vinto nel 2016 un bando del Ministero degli interni e, dopo una sperimentazione di un paio d’anni, è stato utilizzato nel 2018 dalla polizia per centinaia di indagini. Il sistema si chiama S.A.R.I. (Sistema Automatico Riconoscimento Immagini): “Abbiamo una partnership con il ministero e quando devono svolgere delle indagini che implicano il riconoscimento di qualcuno, ci mandano la foto o il video in cui c’è la persona da riconoscere e noi la confrontiamo con il database della polizia, il più ampio d’Europa. Grazie a noi hanno potuto individuare gli autori di vari crimini in poco tempo: in un secondo riusciamo a riconoscere una faccia, e il sistema permette di fare anche 30 mila interrogazioni in un mese”. Il sistema di Reco 3.26 ha requisiti più bassi rispetto ad altri: “Ci bastano 30 pixel interoculari”. L’azienda si occupa quindi del matching, cioè della verifica della corrispondenza del frame alla foto segnaletica. 

Oltre alla sicurezza pubblica, le applicazioni del riconoscimento facciale sono tantissime. Il primo è il fintech, settore in cui l’azienda punta di entrare nel prossimo futuro: “La nuova regolamentazione Psd2 ha introdotto il riconoscimento biometrico obbligatorio per le banche. I sistemi biometrici sono molto più sicuri rispetto ai pin e ai vari codici – spiega Pratesi – Tuttavia tra questi, quello facciale è quello preferibile. La lettura dell’iride è molto costosa mentre l’impronta digitale che già usiamo oggi ha dei difetti: innanzitutto richiede sempre un contatto fisico e poi non sempre funziona bene. Abbiamo sviluppato un software di riconoscimento del volto che abilita il pagamento dallo smartphone o che permette di ritirare soldi davanti a un bancomat: con un sistema di blocco qualora la faccia della persona non sia sola ma accompagnata da qualcuno. Allora il sistema rileva che potrebbe esserci una situazione di pericolo e non procede. Questo sistema di strong authentication noi possiamo fornirlo oggi a qualsiasi organismo bancario o parabancario”. 

L’intelligenza artificiale, poi, permette di controllare infrastrutture “come il controllo dei ponti e dei viadotti, calcolando il numero dei veicoli di passaggio e il loro peso, incrociarlo con sensori per segnalare l’eccesso di vibrazione ed eventualmente inviare droni per vedere se c’è una variazione significativa”. Oppure gli spostamenti di tutti i giorni: “Per una grossa società di trasporti milanese stiamo studiando dei varchi che si aprono al passaggio delle persone con il riconoscimento facciale. Una volta che l’utente ha pagato l’abbonamento e caricato la sua foto sull’app, il sistema associa il volto che sta entrando al varco con la foto sull’app, e si apre. Ma poi la foto non la conserva”. I dati biometrici – sia che si tratti di spostamenti in metro sia che si tratti di operazioni bancarie – non vengono dunque archiviati o riutilizzati. Questo Pratesi è molto deciso a sottolinearlo: “Non si scheda nulla, facciamo solo confronti”. 

“Conosco bene i problemi che hanno aperto tecnologie come il deepfake, sistemi utilizzati per rubare un volto e caricarlo su un video creando un falso. Se la tecnologia è buona è molto difficile a occhio nudo riconoscere il fake. Per questo, stiamo lavorando allo sviluppo di una tecnologia che permetta di individuare dove e come un filmato è stato manomesso e falsificato: è una cosa molto interessante e importante. Pensi solo a livello politico quando sarebbe importante un sistema di matching del genere”. 

L’identificazione dei dati biometrici, poi, si può utilizzare sulle navi: “Ogni giorno le navi da crociera scaricano migliaia di passeggeri nelle città, passeggeri che poi devono risalire e ripartire. L’equipaggio perde tantissimo tempo a controllare che risalgano tutti e che salgano solo i passeggeri, che non ci siano intrusi. Con il nostro sistema basterebbe una semplice passerella con il riconoscimento facciale”.

Che margine d’errore c’è in questa tecnologia? “Per quanto riguarda il match uno a uno è praticamente infallibile. Per quanto riguarda il confronto one-to-many, cioè quando si confronta un volto con una banca dati, una percentuale d’errore c’è, ma è davvero bassa. In uno degli ultimi test abbiamo rilevato un numero di falsi positivi pari allo 0,001%. Quindi parliamo di un sistema molto più preciso di qualsiasi operatore umano”.

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