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23 Novembre 2019

La ‘strategia della tensione’ e il caso ex Ilva

Fabio Insenga

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L’espressione ‘strategia della tensione’ evoca tempi difficili. Con le dovute proporzioni, aiuta oggi a descrivere gli ultimi passaggi della vicenda ex Ilva. In una sintesi estrema: Arcelor Mittal annuncia l’abbandono di Taranto, forte anche degli errori della politica che offre l’assist del no allo scudo penale; si entra nell’emergenza, il corto circuito politico e mediatico è immediato; parte la ritorsione dello Stato, si muovono le Procure e la Guardia di Finanza; si torna a parlare ufficialmente e si arriva al passo significativo di oggi.

Per una volta, vale la pena riportare integralmente un comunicato stampa: “AM Investco conferma che l’incontro tenutosi ieri con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed altri membri del Governo per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo. Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto“. Arcelor Mittal Italia, in quattro righe, usa tutte le parole che servono per dichiarare l’intenzione di chiudere la prima fase dell’operazione, quella dello scontro frontale in campo aperto. Tutto secondo il copione della dottrina del ‘negoziato estremo’ professata dall’amministratore delegato Lucia Morselli.

Ora torneranno in campo le diplomazie, per riaprire anche formalmente un negoziato che non si è mai chiuso. Cosa è cambiato rispetto a un mese fa? Ora si inizia a trattare su un mucchio di macerie. L’acciaieria di Taranto è stata prima bombardata con la minaccia dell’utilizzo dell’arma finale, lo spegnimento degli altiforni e la chiusura dello stabilimento. E ora verrà salvata. La controparte, quella politica e quella sindacale, è stata sufficiente indebolita dal peso schiacciante della responsabilità sociale, industriale, elettorale di intestarsi il dramma della cancellazione dell’Ilva. E ora dovrà accettare un compromesso. Arcelor Mittal ha perso un po’ di reputazione e di immagine. E ora può puntare a ottenere parte della posta che aveva messo in gioco.

Il risultato finale, quello più probabile, potrà essere un accordo con migliaia di esuberi e con un taglio della produzione. Con l’ex Ilva salva, Arcelor Mittal Italia e il suo amministratore delegato che potranno rivendicare di aver scelto il male minore, la politica che potrà rivendicare di aver contribuito all’ennesimo salvataggio di un pezzo rilevante dell’industria italiana. Ci sarà però un conto da pagare. E quello spetterà ai lavoratori e ai cittadini di Taranto.

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