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20 Aprile 2020

Il “plausibile” legame tra inquinamento e Coronavirus

Alessandro Pulcini

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L’inquinamento dell’aria potrebbe influenzare la diffusione e la mortalità del Covid-19? Da quando è scoppiata la pandemia di coronavirus, si parla spesso di questo legame. Per il momento non è confermato scientificamente, ma sembra sempre più plausibile. L’istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) ha appena pubblicato uno studio su ‘Atmosphere’ proprio su questo argomento.

 

Lo studio analizza “la possibile correlazione tra l’inquinamento dell’aria e la diffusione e la mortalità del Covid-19″, evidenziando le conoscenze scientifiche attuali, le possibili conclusioni e gli ambiti di approfondimento. Inoltre viene analizzato il “meccanismo di trasporto per diffusione in aria senza contatto”.

 

“È plausibile che la già avvenuta esposizione di lungo periodo all’inquinamento atmosferico possa aumentare la vulnerabilità degli esposti al Covid -19 a contrarre, se contagiati, forme più importanti con prognosi gravi. Tuttavia, deve ancora essere stimato il peso dell’inquinamento rispetto ad altri fattori concomitanti e confondenti” evidenziano Daniele Contini e Francesca Costabile nello studio.

 

Contini e Costabile evidenziano che “peraltro, gli effetti tossicologici del particolato atmosferico dipendono in maniera rilevante dalle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, per cui non è immediato tradurre valori elevati dei parametri convenzionalmente misurati (Pm2.5 e Pm10), senza ulteriori caratterizzazioni, in una spiegazione diretta dell’aumento della vulnerabilità al Covid -19 o delle differenze di mortalità osservate”. “I dati recenti -aggiungono i ricercatori- mostrano focolai in aree caratterizzate da livelli di inquinamento molto diversi tra loro, ma i dati sui contagi sono viziati da rilevante incertezza, legata all’attendibilità, precisione e completezza conteggi e alla modalità di esecuzione dei tamponi”.

 

La ricerca affronta inoltre la plausibilità della trasmissione del virus in aria (detta ‘airborne’). “Un tema -prosegue Contini – attualmente molto dibattuto e ritenuto dagli autori dello studio plausibile, anche se non è ancora stato determinato quanto incida rispetto ad altre forme di trasmissione quali il contatto diretto e il contatto indiretto tramite superfici contaminate”. Contini spiega che “la trasmissione airborne può avvenire su due diverse strade: attraverso le goccioline di diametro relativamente grande (> 5 µm), emesse da una persona contagiata con starnuti o colpi di tosse, che sono rimosse a breve distanza (1-2 metri) dal punto di emissione; oppure attraverso il bioaerosol emesso durante la respirazione e con il parlato, o il residuo secco che rimane dopo l’evaporazione, generalmente di dimensioni più piccole (< 5 µm), che può rimanere in sospensione per tempi maggiori”. I margini di incertezza sono dunque ampi, avvertono i ricercatori. “Per valutare correttamente la probabilità di contagio attraverso quest’ultimo meccanismo – osservano i ricercatori Cnr-Isac – si deve inoltre distinguere tra ambienti interni (indoor) ed esterni (outdoor) ed è necessario tenere conto di molti parametri, tra cui le concentrazioni di virus in aria e il loro tempo di vita, due parametri poco noti: per il tempo di vita si parla di circa un’ora in condizioni controllate di laboratorio, mentre in esterno il tempo potrebbero essere ridotto dall’influenza dei parametri meteorologici come temperatura, umidità e radiazione solare, che possono degradare le capacità infettive del virus”.

 

All’esterno, riferiscono ancora i ricercatori del Cnr-Isac, “le concentrazioni di virus rilevate in aree pubbliche a Wuhan sono al limite della rilevabilità (< 3 particelle virali/m3), in confronto alle tipiche concentrazioni di particolato nelle aree urbane inquinate, che possono arrivare a 100 miliardi di particelle/m3. Pertanto, la probabilità di trasmissione con questo meccanismo in outdoor sembra essere molto bassa. Vi può ovviamente essere una maggiore probabilità in specifici ambienti indoor, come ospedali e aree in cui i pazienti sono messi in quarantena, o mezzi pubblici in cui viaggino molti contagiati”.

 

“In questi ambienti – indica ancora Contini – la sorgente è più intensa e la dispersione del virus in aria più limitata in termini spaziali, per cui si possono osservare concentrazioni più elevate e condizioni microclimatiche più favorevoli alla sopravvivenza del virus”. Il ricercatore avverte quindi che “in questi ambienti, è consigliabile mitigare il rischio per le persone suscettibili mediante la ventilazione periodica, la decontaminazioni delle superfici e l’utilizzo di sistemi di condizionamento con tecnologie appropriate, per limitare la circolazione di bioaerosol nell’ambiente indoor”.

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