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I giornalisti e P. Chigi, il ricatto delle notizie

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Se c’è una cosa insopportabile, è l’abitudine che hanno preso tanti giornalisti di commentare, giudicare e censurare il lavoro di altri giornalisti. Succede sempre più spesso, perché alcuni non trovano di meglio da fare e perché le condizioni della categoria peggiorano, favorendo gli istinti della lotta per la sopravvivenza. Sostanzialmente, una logorante guerra tra poveri che autorizza i più presuntuosi a crearsi spazi di visibilità a danno degli altri.

 

Non è il caso di Stefano Feltri, direttore di Domani. Lo conosco abbastanza per sostenere che quello che scrive non ha nulla a che vedere con la livorosa invidia di tanti altri. Nel suo editoriale, ‘Cari colleghi, perché lasciate che sia Palazzo Chigi a decidere i titoli dei giornali?’, pone una questione seria.

 

Il rapporto che c’è tra i giornalisti e la politica, e più in generale il rapporto tra la stampa e il potere, merita una riflessione. Ma per farla senza cadere nella tentazione di mettersi in cattedra a dare voti agli altri serve uno sforzo di in più.

 

Prima di tutto, serve l’onestà di chiarire che per non subire il ricatto di alcune notizie, delle notizie che inevitabilmente sono generate da Palazzo Chigi, dal Premier e dal suo portavoce perché riguardano le scelte, le intenzioni e gli umori dello stesso premier, c’è una sola strada: ignorarle. Vuol dire, però, rinunciare in partenza a raccontare una parte della realtà. Si può fare, possono scegliere di farlo alcune testate, con una linea editoriale e uno spazio di manovra che lo consentano. Ma non possono farlo tutte. Far scegliere i titoli a Palazzo Chigi è una cosa. Raccontare, anche con i titoli, quello che un Premier pensa, o dice, è un’altra cosa.

 

Altro discorso ancora sono le domande. Concordare domande, non fare domande scomode, o non farle proprio, è la strada più rapida per rendere inutile il giornalismo. E qui torna il ricatto delle notizie. Ottenere informazioni in cambio si accondiscendenza e sudditanza intellettuale è una scelta che fanno in tanti. Consente di guadagnare visibilità, aiuta a costruire carriere, può portare anche un vantaggio contingente alla testata che ne beneficia. Ma, allo stesso tempo, continua a indebolire il potere contrattuale della stampa nel rapporto con il potere. E impoverisce il giornalismo, già sufficientemente indebolito dalla crisi generalizzata dell’editoria.

 

E si arriva al tema principale. Per non subire il ricatto delle notizie, a partire da quelle che passano per Palazzo Chigi, serve un giornalismo capace di riconquistare l’unica arma a disposizione per tenere testa al potere: l’autorevolezza. Per riuscirci, servono giornalisti capaci e anche editori che siano capaci di scegliere la qualità. Una sfida difficile, su tutti e due i fronti, ma che vale la pena accettare.

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