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Crisi dei microchip, da Taiwan la speranza di evitare il ‘chipageddon’

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Per definire la nuova emergenza mondiale che si sta abbattendo sulle aziende dell’automotive e dell’elettronica, con le principali case automobilistiche costrette a fermare o rallentare la produzione, nella Silicon Valley hanno coniato un vocabolo apposito: ‘chipageddon’, ovvero, l’Armageddon dei microchip. Parliamo della carenza di microprocessori, conosciuti anche come semiconduttori o chip, che dallo scorso dicembre sta affliggendo questi settori, con la domanda che supera di gran lunga la capacità produttiva. Realizzati per lo più a Taiwan e in Corea del Sud, ma anche in Olanda e negli Stati Uniti, i microchip sono fondamentali per il funzionamento di tutti i prodotti oggi in commercio dotati di componenti elettroniche.

La crisi è partita dal settore automobilistico, dove soltanto negli Stati Uniti si stima che quest’anno saranno prodotte tra 450mila e 600mila vetture in meno, con una perdita di almeno 15 mld di dollari. In Italia è di pochi giorni fa l’annuncio della chiusura per una settimana dello stabilimento di Stellantis a Melfi. Dall’automotive, che da solo rappresenta il 10% della domanda globale di microchip, la crisi si è poi estesa a numerosi altri settori industriali dove l’elettronica ha un ruolo fondamentale: smartphone, elettrodomestici, industria dei videogiochi, con Sony (PlayStation) e Microsoft (Xbox) che dopo aver messo in commercio le loro console di ultima generazione a fine 2020, ancora non riescono a soddisfare la grande domanda.

Le speranze delle aziende di mezzo mondo di riuscire ad attutire le conseguenze di una crisi che finirebbe per amplificare i danni causati dalla pandemia sono riposte in gran parte in un’azienda di Taiwan, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Co (Tsmc), principale produttore mondiale di microchip. Due giorni fa, in un’intervista alla Cbs, il presidente esecutivo Mark Liu si è detto convinto che “prima della fine giugno” l’azienda sarà in grado di soddisfare “la richiesta minima da parte dei clienti”. Questo, ha tuttavia precisato, non significa che il problema sarà stato risolto e, soprattutto, non per tutti i settori. “ C’è un ritardo – ha spiegato – In particolare nei chip per auto, la catena di approvvigionamento è lunga e complessa. La fornitura richiede dai sette agli otto mesi”. Uno scenario di cui è consapevole Ralf Brandstatter, Ceo di Volkswagen, che in una recente intervista all’agenzia di stampa tedesca Dpa si è detto convinto che “l’impatto della carenza di microchip e di semiconduttori si farà sentire anche nei prossimi mesi”.

Diverse le ragioni della crisi. C’è anzitutto l’effetto della pandemia, che ha reso più farraginose le catene di approvvigionamento globali, ha determinato un incremento della domanda di apparecchi elettronici, legato principalmente allo smart working, e di conseguenza, di microchip. La crisi è anche una conseguenza della guerra commerciale tra l’amministrazione Trump e la Cina, che lo scorso anno ha spinto diverse aziende, a partire dalla cinese Huawei, ad accaparrarsi quanti più chip possibili prima dell’imposizione di sanzioni e impedimenti commerciali. Hanno, infine, influito anche i mutamenti climatici, con l’isola di Taiwan che da mesi è alle prese con una delle peggiori siccità della sua storia, e la disponibilità di abbondanti riserve di acqua è fondamentale nella produzione di microchip.

Sia i governi che le aziende produttrici stanno cercando di trovare risposte all’emergenza. L’Ue ha annunciato ulteriori investimenti nel settore, mentre a febbraio il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ha firmato un ordine esecutivo che prevede un investimento da 37 mld di dollari in questa industria e una revisione completa della supply chain. Ma negli Stati Uniti in pochi pensano che l’intervento pubblico possa essere risolutivo, soprattutto alla luce dell’esperienza del passato. Nel 1987, di fronte a un problema analogo, il governo americano decise di investire nel settore attraverso un consorzio, Sematech, che dopo un investimento di 500 mln di dollari di fondi pubblici per aprire un nuovo stabilimento a Austin, in Texas, fu presto costretto a chiuderlo e ad avviare i licenziamenti: la tecnologia impiegata era già diventata obsoleta.

Anche le principali aziende del settore si stanno adoperando per far fronte alla situazione con nuovi investimenti per aumentare la capacità produttiva: 100 mld di dollari da parte di Tsmc, 20 da Intel. Ma i tempi per potenziare le fabbriche attuali e costruirne nuove si annunciano comunque lunghi.

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