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Cambia il menu del welfare, più salute e assistenza

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Più salute e assistenza. Il menu del welfare integrato (o sussidiato) sta cambiando. Ce n’eravamo accorti, anche prima della crisi pandemica. Ma l’evidenza è confermata nell’indagine condotta – ogni due anni – da Mefop (la società di consulenza per Fondi pensione e Fondi sanitari, posseduta a maggioranza dal Mef), cui quest’anno si è associato l’Osservatorio Welfare della Luiss Business School.

L’indagine campionaria condotta quest’anno – e divulgata in questi giorni da Mefop – ha aggiunto nella popolazione indagata non solo gli occupati, ma anche un campione universale della popolazione italiana tra i 18 e i 75 anni.

“Le preoccupazioni per il futuro degli italiani e dei lavoratori in particolare sono sempre più collegate ai problemi di salute e di assistenza propria e dei propri familiari – spiega Mauro Maré, presidente di Mefop e direttore scientifico dell’Osservatorio Welfare della Luiss – Negli ultimi dieci anni l’evoluzione è stata profonda. Nell’indagine del 2012 le preoccupazioni su malattia e non autosufficienza erano presenti nel 15% del campione intervistato. Oggi sono il 42%. Più o meno la stessa percentuale che dimostra preoccupazione sul futuro previdenziale. Era il 42% nel 2012, è il 43% oggi”.

C’è sempre un timore di inadeguatezza: legato alla prestazione prensionistica e – oggi – collegato alle prestazioni sanitarie e assistenziali. Il tema della Ltc (long term care) è sempre più evidente nelle preoccupazioni indicate dagli intervistati. Questione che preoccupa per sé e per i propri cari: l’assistenza ai genitori preoccupava l’!% della popolazione nel 2012, oggi la questione è avvertita dal 16%.

I numeri raccontano molto. E l’indagine campionaria Mefop-Luiss ci dice che nonostante la costante “ansia” legata alla pensione – e quindi al reddito disponibile dopo il tempo del lavoro – pochissimi sono ancora quelli che sanno abbastanza di previdenza complementare. Il 62% dei lavoratori italiani non conosce i Fondi pensione. La percentuale sale al 73% se si parla del campione della popolazione (non solo lavoratori). Non è un motivo di tranquillità. E’ vero che la stagione della previdenza complementare è ancora giovane. Però 25 anni – tanto è il periodo che ci separa dalla riforma Dini – non sono pochi. C’era il tempo di promuovere una forma di educazione previdenziale finalizzata a comprendere i nuovi strumenti per costruirsi la “pensione di scorta”. Forse si è contato troppo sulla capacità di divulgazione delle organizzazioni sindacali. Forse si è dato troppo per scontato.

Di fatto sta crescendo una quota di popolazione che sembra preferire un modello previdenziale legato alla fiscalità generale piuttosto che alla contribuzione obbligatoria. Beveridge batte Bismarck? Ovviamente non bastano le preferenze, visto che il nostro sistema previdenziale è stato costruito proprio sul modello bismarckiano (non su quello anglosassone). Ma registrare i mutamenti di orientamento non può essere inutile.

La spiegazione di questo orientamento alla pensione minima di base uguale per tutti (pagata dalla fiscalità generale) sta anche in una sorta di sfiducia nella capacità di risparmiare abbastanza per trovare risorse aggiuntive da destinare alla previdenza complementare (38% delle motivazioni). C’è poi una perdurante diffidenza rivolta agli investimenti finanziari (25%). E questo ripropone le lacune sull’educazione finanziaria (non solo previdenziale) degli italiani.

L’incertezza e la scarsa informazione riguardano non solo i Fondi pensione, ma anche i Fondi sanitari integrativi. Solo il 23% della popolazione intervistata dichiara di volerne sottoscrivere uno. Il 23% pensa ad altre forme di integrazione – in buona sostanza metterebbe mano al portafoglio in proprio per pagarsi cure mediche aggiuntive a quelle del SSN – e un corposo 33% risponde “non so”. Uno sterminato terreno di investimento in comunicazione per chi promuove forme di sanità integrativa (il 64% dichiara di non sapere nulla dei Fondi sanitari integrativi).

L’indagine campionaria Mefop-Luiss quest’anno ha introdotto un’analisi aggiuntiva sociologicamente assai significativa, a riguardo del capitale sociale e del tasso di fiducia (il trust). Per capitale sociale si intende l’intensità delle relazioni extrafamiliari. La popolazione con un basso capitale sociale dimostra una maggiore diffidenza nei confronti delle forme di integrazione e complementarietà delle forme di welfare sussidiato. La fiducia degli italiani è bassa, nei confronti delle Istituzioni ma anche nei confronti delle realtà associative e rappresentative. Bassa fiducia sociale vuol dire un basso grado di coinvolgimento e di mutualità. Ma il futuro del nuovo welfare ha bisogno proprio di mutualità e di fiducia.

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