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Per il Ceo di Bending Spoons l’AI ci toglierà il lavoro. Ma potrebbe essere un bene

Luca Ferrari Bending Spoons
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Quando parla di intelligenza artificiale, Luca Ferrari non ha gli occhi spiritati del tecnologo cresciuto nel mito della Silicon Valley, né l’entusiasmo un po’ forzato del founder consapevole che il destino di una startup passa anche dalle sue pubbliche relazioni. Ferrari è cofondatore e Ceo di Bending Spoons, la fabbrica italiana di app (la più famosa è Immuni) che, rivela a Fortune Italia, nel 2021 ha fatturato 130 mln di dollari, dopo i 97 del 2020. Il Ceo classe 1985 non ha paura di parlare delle conseguenze che l’intelligenza artificiale avrà sull’uomo. È consapevole, innanzitutto, che la tecnologia che “sta mangiando il mondo” ha già un problema di ‘concentrazione’, perché “è in mano a pochi”.

“L’AI è un campo della tecnologia molto ampio e dal potenziale rivoluzionario. Parlarne oggi è un po’ come parlare dell’avvento dell’elettricità oltre un secolo fa”, dice Ferrari. E se non si troverà il modo di ridistribuire il controllo di questo enorme capitale di conoscenza e tecnologia, se “le cose dovessero andare male”, allora “sarà un futuro poco inclusivo, non egualitario. Noi immaginiamo un futuro dove l’AI serve a portare beneficio al maggior numero di persone possibile”, dice Ferrari a margine dell’evento Synapse di Milano, un simposio sull’intelligenza artificiale, e secondo le parole di Ferrari un “dibattito sulle opportunità e le minacce affrontate dall’umanità per quanto concerne l’AI”.

Quando si parla di AI, tra le previsioni più affascinanti (e preoccupanti) del futuro c’è l’Agi, un’artificial general intelligence, una super intelligenza artificiale più brava di noi in tutto. Magari, più brava di noi anche a sviluppare intelligenza artificiale?

Ci vorranno decine di anni per arrivare da dove siamo oggi al momento in cui l’intelligenza artificiale sarà più efficace degli umani in tutti lavori che conosciamo, e in qualsiasi altra occupazione possibile. Il processo però sarà caratterizzato da un continuo superamento dell’uomo in varie occupazioni, e lo sviluppo di software è una di queste. Per noi come azienda, nel medio periodo la vedo come un’opportunità: come qualsiasi azienda tecnologica, abbiamo difficoltà a trovare un numero sufficiente di sviluppatori eccellenti. C’è una grandissima richiesta sul mercato, ma pochissima offerta. Per il momento, però, più che eliminare qualche posto di lavoro, queste tecnologie possono aiutare a efficientare il lavoro di uno sviluppatore. Come molti strumenti meccanici hanno semplificato i lavori manuali, in passato.

Dopo anni in cui le aziende informatiche hanno cercato in tutti i modi di convincere più giovani a fare ingegneria informatica, data l’assenza di sviluppatori, ora siamo al punto in cui l’AI farà semplicemente da sola?

Presumo che in buona misura il grande investimento che fanno grandi aziende come Google nell’automatizzare il processo di sviluppo software sia proprio dovuto al fatto che hanno un problema a reclutare abbastanza persone in questo campo. È interessante notare come meno persone seguono questa strada, più c’è un incentivo ad automatizzare, e quindi poi a ridurre il numero di posti di lavoro a disposizione nel lungo periodo. l’AI sta pian piano mangiando il mondo, ed è in procinto di eliminare un sacco di professioni che riteniamo normalissime oggi, come l’autista, il tassista e il camionista, che sono alcune delle professioni più diffuse al mondo, professioni che tra una decina di anni quasi certamente non esisteranno più. Le macchine automatiche renderanno i trasporti molto più efficienti e sicuri di quanto non lo siano con un essere umano alla guida.

Il bilancio tra lavori persi e guadagnati è un’argomentazione di solito utilizzata da chi difende l’intelligenza artificiale. Perderemo delle professioni, ma ne guadagneremo delle altre. Secondo te il bilancio è così ottimistico?

No, io penso che ci sia un errore logico in chi dice questo. Chi la pensa così paragona spesso questa innovazione a quella del telaio meccanico e al luddismo che vi si opponeva. Ma in quel caso quelle innovazioni erano specifiche di un settore, e cambiavano le cose di decennio in decennio. Molte persone rimanevano senza lavoro, ma questo tipicamente avveniva in solo un settore economico, non a tappeto in un po’ tutta l’economia. Inoltre, erano innovazioni molto lente. Il telaio meccanico ci ha messo decenni a diffondersi e per tanto tempo non ci sono state molte altre innovazioni di grandissimo impatto sull’occupazione dei lavoratori; quindi, c’era spazio e tempo per le persone per adattarsi e imparare nuove professioni, e per far sì che le nuove generazioni si affacciassero al mondo del lavoro con nuove competenze.

Il Ceo di Bending Spoons durante ‘Synapse’, evento sul tema AI organizzato dall’azienda a Milano

Adesso parliamo di una velocità totalmente diversa, quindi?

Nel lungo periodo, l’AI migliorerà così rapidamente da cancellare nell’arco di pochi anni innumerevoli professioni. Pertanto, è irragionevole pensare che la stragrande maggioranza delle persone colpite possano apprendere una delle professioni ancora rilevanti nei tempi richiesti affinché l’impatto sulla società non sia devastante. Inoltre, molte delle professioni che verranno eliminate prima sono professioni abbastanza semplici dal punto di vista cognitivo. Chiaramente, la maggioranza delle persone che hanno fatto per venti anni l’autista di camion non diventeranno degli sviluppatori di software. Qualcuno riuscirà a reinventarsi, ma è naïf immaginare che accada per tutti, e per di più in tempi brevi. Infine, il ritmo di progresso dell’AI andrà aumentando, fino a quando non resteranno professioni in cui un umano può far meglio di un’AI. E allora reinventarsi in una professione che sia economicamente produttiva sarà impossibile. Un’AI farà sempre il nostro lavoro più efficientemente e a un miglior livello di qualità di noi.

Quindi?

L’unica soluzione nel lungo periodo sarà una forma di redistribuzione della ricchezza. L’AI, utilizzata correttamente, provocherà un incremento della prosperità potenzialmente senza precedenti nella storia dell’umanità. Potremo abbattere il costo e aumentare la qualità di tantissimi prodotti a livelli inimmaginabili. Dovremo trovare mezzi tali per cui la ricchezza verrà ridistribuita in maniera equa, cosa che negli ultimi decenni non è stata fatta. È l’unica soluzione da qui a 50 anni.

In pratica la conseguenza dell’AI sarà il dover cambiare il welfare state? Un punto di vista non comune, nel tuo settore.

Secondo me è l’unico che ha senso logico. Trovo difficile che qualcuno che lavora nel campo possa avere un’opinione significativamente diversa, se ha un minimo di onestà intellettuale. Magari un’azienda che sviluppa AI non ha convenienza a parlare chiaramente di temi del genere. Credo però che sia quasi certamente il futuro che dobbiamo cercare di costruire.

Si tratta comunque di un futuro potenzialmente positivo, secondo te?

Sì, ripeto, l’AI non va demonizzata. È un’opportunità straordinaria, come il telaio meccanico, ma mille volte di più. Ma non funzionerà per il meglio per conto suo. Dobbiamo fare delle modifiche profonde alla nostra economia, al nostro sistema politico, che andranno a mettere in dubbio pilastri culturali secolari. Il fatto che una persona percepisca il proprio valore in base alla capacità di provvedere per la propria famiglia, per esempio: dovremo trovare un modo di superare questo limite, ci saranno tante persone che non riusciranno a trovare lavoro. Dobbiamo assicurarci quindi che abbiano non solo i mezzi per vivere, ma anche che vivano felici, sentendosi realizzati anche senza avere un’occupazione economicamente produttiva.

Se dovessi dare un consiglio ai lavoratori e ai professionisti di oggi, in vista della rivoluzione AI, che consiglio daresti?

È difficile dare una risposta generica: il problema alla radice andrà risolto con un coordinamento globale e un sistema di ridistribuzione della ricchezza. Inizialmente, molti riusciranno a trovare un altro lavoro, e, per loro, il problema si sposterà più in là. Ma se hai una macchina che eccede le tue competenze in ogni possibile mansione, che è più efficace in memoria, calcolo, logica e perfino creatività (che viene erroneamente ritenuta propria solo all’essere umano), allora non c’è molto da fare nel lungo periodo. Ma nei prossimi anni il consiglio è mantenersi agili mentalmente, apprendere sempre cose nuove ed essere in grado di reinventarsi nel momento opportuno.

Non dobbiamo tutti studiare Python, quindi.

No, naturalmente. Oggi lo sviluppatore di software rappresenta una frazione microscopica della forza lavoro. Se anche solo un 5% della popolazione si mettesse a sviluppare software, probabilmente non sapremmo che cosa farcene, di così tanti sviluppatori.

Voi però in Bending Spoons continuate ad assumere.

Oggi siamo 350 persone, un anno fa eravamo 200. Adesso ci arrivano 100mila candidature all’anno, che per un’azienda delle nostre dimensioni sono tantissime, e un anno fa erano solo la metà.

Quante di queste vengono dall’Italia?

Tra il 20 e il 30%. Diciamo che in Italia abbiamo costruito una buona reputazione. Penso che rappresentiamo un posto di lavoro che ti dà ottime opportunità di crescere e dimostrare il tuo valore. Consideriamo, oltre alle nostre app, Bending Spoons stessa come un prodotto, e i nostri clienti sono le persone di talento che lo ‘comprano’ scegliendo di lavorare con noi. Cerchiamo di far sì che i posti di lavoro che offriamo siano eccellenti, e quando un prodotto è eccellente, il cliente tende a parlarne con altri.

Quando si parla di lavoro e informatica bisogna affrontare anche il tema della parità di genere, che storicamente è un problema, nel settore (e nelle materie Stem in generale). Come la implementate nel processo di assunzione?

Cerchiamo di essere non solo equi nella valutazione delle persone durante il processo di selezione e poi una volta che sono state assunte, ma anche di dare un ulteriore contributo nella chiusura del gap rispetto alla parità di genere, che è un problema storico nell’industria tecnologica. Per questo, abbiamo attivato borse per centinaia di migliaia di euro per ragazze che vogliano studiare ingegneria informatica: il problema infatti è a monte. Abbiamo solo un 12% di donne tra gli immatricolati di ingegneria informatica in Italia. Quindi, se fra i laureati in ingegneria informatica solo uno su dieci è donna, in media nell’industria solo uno su dieci dei nuovi assunti in ruoli da ingegnere informatico sarà donna. E se in un’azienda tecnologica avere esperienza tecnica è un vantaggio anche in ruoli gestionali, naturalmente molto meno del 50% dei manager sarà donna. Insomma, se vogliamo avere un grande impatto sul problema, dobbiamo focalizzarci sul portare più donne a studiare ingegneria informatica.

Il problema è anche conciliare il merito con la parità di genere.

Ci sono tante scuole di pensiero. Il nostro approccio è investire per cercare di chiudere il gap a monte, ma poi evitare qualsiasi tipo di bias quando si tratta di assumere e promuovere, e abbiamo sistemi che ci aiutano a essere equi. L’approccio delle ‘quote rosa’ ha dei vantaggi, ma seguendolo c’è il rischio di delegittimare i successi di donne che hanno raggiunto posizioni di responsabilità. Magari si dirà che è arrivata lì solo perché l’azienda aveva bisogno di un certo numero di donne in un determinato ruolo. Invece noi cerchiamo di investire a monte e far sì che poi il processo di assunzione e promozione sia solo basato sul merito. Per questo in fase di selezione usiamo dei comitati, non è mai una sola persona a valutare un candidato all’assunzione, e seguiamo un processo periodico di audit per verificare la parità salariale tra donne e uomini (che ti confermo essere tale). Lo ripetiamo ogni paio di anni.

Molti processi di selezione adesso vengono aiutati dall’AI. Voi la utilizzate?

No. È un tema che ogni tanto dibattiamo, ma non abbiamo piani di introdurre l’AI nel nostro processo di selezione nel prossimo futuro.

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