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Ai big dell’energia interessa ancora la transizione verde?

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Lo scontro Europa-Russia si scalda nel momento in cui la preoccupazione maggiore è il freddo dell’inverno. La decisione di Ursula von der Leyen di un tetto al prezzo del gas, e la risposta russa, preannunciano mesi difficili: tra razionamenti e fabbriche chiuse per le bollette troppo alte, per l’energia si verificherà un probabilissimo calo della domanda.

Sarà abbastanza per mettere in difficoltà anche le società energetiche? Il rischio è di interrompere la transizione sostenibile di un settore che, in termini di impatto sul clima, è fondamentale.

Energia, il peso di una domanda in calo

Big dell’energia in difficoltà economica, quindi? Secondo Alessandro Blasi, Special advisor del direttore esecutivo dell’Iea, l’agenzia internazionale dell’energia, le società energetiche non hanno di fronte a loro shock tali da compromettere la sostenibilità economica.

Finora, l’impatto del 2022 sui conti dei giganti Oil&Gas è stato più che positivo, grazie all’aumento dei prezzi degli idrocarburi. Questa settimana l’indice Ttf alla Borsa di Amsterdam, riferimento per il prezzo del gas sul mercato europeo, ha registrato livelli record, dopo l’annuncio di Gazprom sulla chiusura del gasdotto Nord Stream 1 in risposta alle sanzioni europee.

L’Europa, intanto, sta perdendo quasi 1 miliardo di metri cubi di fornitura di gas naturale al mese, a causa dei problemi del Nord Stream 1, ha affermato a Reuters Warren Patterson, responsabile della strategia delle materie prime di ING.

Nonostante il lavoro sulle scorte europee (secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, gli stoccaggi di gas europei sono pieni all’81%) i razionamenti energetici sono ormai diventati realtà. Se si considera anche l’inflazione e l’interruzione di alcune attività produttive, è probabile che andremo incontro a un calo della domanda energetica davanti al quale, nonostante tutto, le società energetiche non saranno costrette a tirare la cinghia come fatto durante la prima ondata della pandemia, nel 2020.

Secondo Blasi siamo davanti a una situazione completamente diversa rispetto a quella che c’è stata all’inizio del 2020, quando l’arrivo della pandemia ha fatto crollare la domanda di energia.

“I dati europei fanno vedere come gli stoccaggi stiano andando relativamente bene rispetto ai target fissati per l’inizio della cosiddetta ‘heating season’”, il periodo durante il quale si accendono i termosifoni, dice Blasi. “Credo che le problematiche relative al gas, per quello che riguarda questo inverno, possano essere limitate, anche se ovviamente bisognerà tenere i consumi bassi il più possibile”.

Ma quando Blasi dice “limitato” non ci sono accezioni positive. Se si potrà limitare l’impatto, sarà perché “quello che si inizia a vedere è un calo della domanda di gas molto forte”.

In Germania, per esempio, “ci sono già cali di questo tipo, ed è un calo così importante perché è fondamentalmente causato dall’interruzioni di attività economiche e di industrie ‘energy intensive’, o di una sostanziale sostituzione del gas nelle attività industriali”, dove il gas è stato sostituito da diesel e gasolio. Un fenomeno analogo a quello riguardante l’elettricità, con il ritorno all’utilizzo delle centrali a carbone.

“Se si gestiranno bene gli stoccaggi e se non avremo un inverno molto freddo – il clima cambia nettamente la domanda di gas, soprattutto se ci sono periodi di ‘cold spells’ improvvisi – credo che l’inverno si potrà gestire. Il problema sarà che poi gli stoccaggi andranno riempiti di nuovo”.

Sul tetto al prezzo del gas di cui si discute in Europa e in Italia, dice l’esperto dell’Iea, “ci sono vari meccanismi da trovare, è evidente che è un’idea importante che anche la stessa Italia portava avanti da tempo. Bisognerà vedere come si farà, però per quanto riguarda il gas grazie all’attività di stoccaggio fatte del governo molto dipenderà dalla domanda”, e dall’impatto della crisi energetica su cittadini e imprese.

Il calo della domanda sarà abbastanza serio da mettere in difficoltà le società del settore, in maniera simile a quanto si è verificato con la prima ondata della pandemia per il petrolio? No, dice lo special advisor del direttore esecutivo dell’Iea. “Consideriamo che nel primo mese di pandemia si è perso qualcosa come 26 milioni di barili al giorno di consumo di petrolio. Con il lockdown c’è stato un calo della domanda del 25%, un cataclisma unico. E poi per ovvi motivi l’Europa è al centro della problematica energetica attuale, fondamentalmente incentrata sul gas e conseguentemente sull’elettricità. Un fenomeno concentrato più che altro da noi, e non in tutto il mondo, come con la pandemia”.

Difficile quindi che le compagnie energetiche abbiano problemi di sostenibilità economica, anche se naturalmente “dipende dal settore in cui ti trovi e da come operi”, dice Blasi. Le utility, ad esempio, sono in genere molto “leveraged” ed hanno un debito molto grande. Con l’aumento dei tassi di interesse che le banche centrali stanno portando avanti “avranno condizioni meno favorevoli”, considerando il contestuale calo della domanda.

Un tesoretto da sfruttare

Per analizzare la situazione attuale va innanzitutto tenuto in considerazione un fattore: il ‘tesoretto’ del 2021. “Le compagnie oil and gas che vogliono investire in fonti alternative o fuori dal core business adesso hanno una disponibilità economica che non hanno mai avuto”, dice Blasi.

Il rimbalzo post pandemico del 2021 ha portato a profitti record per i giganti dell’energia, soprattutto per quanto riguarda l’Oil&Gas.

Nella Fortune Global 500 di quest’anno, la classifica delle maggiori aziende mondiali per ricavi, le entrate totali delle aziende della lista hanno raggiunto i 37,8 trilioni di dollari, con un aumento del 19%. Un  tasso di crescita record. Ma i dati registrati dalle sole società dell’energia appartenenti alla lista sono ancora più alti.

Il settore ha generato 485 mld di dollari in utili, nel 2021, con un aumento di oltre il 6.000% rispetto al 2020. La società più redditizia del mondo è tornata ad essere il titano del petrolio Saudi Aramco, che ha rivendicato il suo titolo da Apple. E si si guarda in Italia la situazione è simile.

Le due società nella classifica sono Enel ed Eni. Lo scorso anno il gigante italiano dell’elettricità era sceso al 118esimo posto in classifica, dall’87esimo dell’anno precedente. Nel 2022, con un balzo di quasi 30 posizioni, passa al 90esimo posto, con 104 mld di dollari di ricavi per un incremento del 40%.

Ancora più impressionante il risultato di Eni, che è passata dalla posizione 216 alla 111, con 91 mld di dollari di ricavi e un incremento di quasi l’80%. Un dato opposto al precedente, quando si era registrato un -37% alla voce entrate e un -6039% alla voce profitti. Nel 2022, intanto, l’impennata dei prezzi ha portato l’utile netto rettificato dei primi sei mesi del 2022 a salire di oltre sei volte, a 7,08 mld di euro, rispetto al primo semestre 2021.

Le tante incognite sulla transizione green dell’energia

Insomma, non sembra che il settore si debba preoccupare dei propri conti. Ma quella economica non è l’unica sostenibilità di cui le società energetiche si devono occupare. Le compagnie del settore si sono sottoposte a una certa trasformazione green negli ultimi anni. Questo processo, vista la crisi energetica, può fermarsi? 

Nonostante il core business sia stato la fortuna delle società dell’energia nell’ultimo anno e mezzo, i loro investimenti sono molto più diversificati rispetto a qualche anno fa. Ora “gli investimenti nei settori tradizionali sono molto bassi rispetto agli anni passati. Siamo passati dagli 800 mld di dollari investiti ogni anno ai 400 odierni, quindi con una grande differenza di livello di investimenti in attività di esplorazione e produzione”, dice lo Special advisor dell’Iea.

Con i profitti che hanno ora, anche pagando dividendi agli azionisti e ripagando i debiti contratti durante la pandemia, le compagnie che vogliono investire in fonti alternative hanno “una disponibilità economica che non ha precedenti”, dice Blasi.

E a guardare le previsioni, nel 2022 spenderanno nella produzione di energia rinnovabile una quota altrettanto inedita del loro tesoretto, per quanto si tratti ancora di una percentuale limitata.

Nel 2022 la spesa delle compagnie petrolifere e del gas al di fuori dell’offerta “tradizionale” continua infatti a crescere, anche se solo fino a un 5% rispetto al totale. A guidare la trasformazione sono le major europee, e a spingere di più l’aumento è la scommessa sull’eolico offshore, mentre la spesa sul fotovoltaico rimane stabile.

Se si considerano anche le altre tecnologie che vengono considerate ‘pulite’ (biocarburanti, batterie, cattura della CO2, idrogeno) l’investimento di Big Oil è quasi raddoppiato rispetto al 2021 (anno in cui era più che raddoppiato rispetto al 2020).

“Le compagnie petrolifere e del gas incluse nella nostra analisi hanno investito circa 10 miliardi di dollari in tecnologie energetiche pulite nel 2021, più del doppio del livello del 2020, ma ancora meno del 4% della loro spesa totale”, spiega l’Iea nel report World energy investment 2022, pubblicato lo scorso giugno.

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Courtesy Iea

“L’investimento di queste società è sulla buona strada per quasi raddoppiare di nuovo nel 2022, il che aumenterebbe la quota di energia pulita a poco più del 5% degli investimenti di capitale. Le major ed Equinor hanno guidato questa crescita, rappresentando circa il 90% degli investimenti totali in energia pulita da parte dell’industria Oil&gas nel 2021 e quasi tutti gli investimenti monitorati finora nel 2022. Se la crescita continuasse secondo queste tendenze, le società del nostro campione spenderebbero circa il 15-20% del loro capitale upstream in energia pulita entro il 2030, ovvero circa 50-60 mld di dollari all’anno”.

Sappiamo, insomma, che le società energetiche hanno la disponibilità economica per dedicarsi alla transizione energetica, e che anche per il 2022 le previsioni sono in crescita.

Si prevede che l’utile netto globale derivante dalla produzione di petrolio e gas raggiungerà quasi 4 trilioni di dollari nel 2022, il doppio dei livelli del 2021: “Una manna per le compagnie petrolifere”, dice l’Iea.

Courtesy Iea

Se l’industria decidesse di spendere in ‘low emissions fuels’ quei 2 trilioni di dollari extra ricevuti nel 2022, rispetto al 2021, la cifra basterebbe a finanziare gli investimenti su Ccus e carburanti a basse emissioni per i prossimi dieci anni, rispettando gli obiettivi fissati dall’Iea all’interno del suo scenario a zero emissioni nette entro il 2050.

I guadagni del 2022 rappresentano “un’opportunità unica nel suo genere per le economie produttrici per finanziare le attività di diversificazione e per le principali compagnie petrolifere e del gas per mantenere i loro impegni sulle emissioni”, dice l’agenzia.

A fronte di quello che potrà succedere nei prossimi mesi, però, quelle stesse società avranno un’ulteriore responsabilità: mantenere (o preferibilmente aumentare) l’impegno sulle fonti energetiche e sui carburanti più puliti (come l’idrogeno e i biocarburanti), nonostante i profitti non raggiungano più i livelli record di questi anni.

Un tema nel quale si aggiungerà l’incognita della tassazione degli extraprofitti delle società energetiche, che ha conquistato in questi giorni anche la Germania, e che potrebbe prendere piede nell’intera Ue: la bolletta energetica globale pagata dai cittadini supererà per la prima volta i 10 mld di dollari nel 2022. Una preoccupazione che non può che essere prioritaria per i politici.

Ma anche senza considerare le regole sugli utili extra, i freni agli investimenti nel settore energetico (e nelle energie pulite) sono già una preoccupazione. Secondo le stime Iea, l’aumento di 200 mld per gli investimenti mondiali, nel 2022, sarà dovuto principalmente all’aumento dei costi, che colpisce anche le tecnologie rinnovabili, come il fotovoltaico: un altro fattore da tenere in considerazione, quando si cerca di capire le prossime mosse delle big dell’energia.

Finora, dice Blasi, le società hanno aumentato le risorse dedicate alle energie pulite. “Ma faranno lo stesso anche se arrivassero tempi di vacche magre?”.

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