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Conflitto israelo-palestinese: chi sono i capi politici di Hamas?

Diecimila morti. Quasi 4000 solamente i bambini. I palestinesi, imprigionati come topi nella Striscia di Gaza sotto pesanti bombardamenti dell’aviazione israeliana, sono allo stremo delle forze. Ora, però, la tanto annunciata invasione di terra sembra iniziata. Tra lo stupore generale, Benjamin Netanyahu ha deciso che Israele deve reagire con una punizione esemplare, senza precedenti. È a rischio l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Bisogna distruggere Hamas, estirpare questo cancro dalla società palestinese poiché fin quando esisterà, la vita dei civili israeliani sarà in pericolo.

Il problema, tuttavia, risiede nel fatto che tra le forze militari israeliane e i miliziani di Hamas ci sono i civili di Gaza, utilizzati come scudo da interporre ai due schieramenti. E così, ogni giorno si contano a centinaia i morti. Sono struggenti i video che ci arrivano direttamente dalla Striscia. Bambini, adolescenti, giovani adulti i cui sogni sembrano perduti, strappati a forza da un conflitto che non gli appartiene. Un inferno di fuoco che dura ormai quasi da un mese.

Questa settimana, nonostante tutto, una bella notizia. Dopo un lungo negoziato, un lavoro di fino tra il Presidente egiziano Al-Sisi, il Qatar e gli Stati Uniti, i primi 400 civili, la maggior parte dei quali stranieri, sono usciti dalla Striscia dal valico di Rafah. Attraverso di esso stesso stanno entrando al contempo gli aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese, ancora troppo pochi. Un primo segnale, questo, che indica una certa apertura da parte dell’Egitto e un crescente interesse della comunità internazionale, incarnata dall’ONU e dal suo Segretario Generale Guterres, per la condizione umanitaria della popolazione a Gaza.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres

È altresì tornata in uso la cosiddetta “shuttle diplomacy”. Gli Stati Uniti si muovono su più fronti, riportando in auge il dinamismo diplomatico americano dei tempi di Carter, Begin e Sadat che con i famigerati accordi di Camp David portarono ad uno stemperamento delle tensioni tra Israele ed Egitto nel ‘78. Il Sottosegretario di Stato americano Blinken è in Israele. Ha incontrato il Re di Giordania e diversi attori regionali. Il mantra americano è sempre il medesimo: de-escalation attraverso la deterrenza della potenza di fuoco americana. Washington intima a Tel Aviv di andarci piano, di pensare più con la testa e meno con la pancia, di riflettere sugli interessi di lungo termine e, più in generale, alla stabilità della regione medio-orientale. Sull’altro fronte il tanto atteso discorso del leader di Hezbollah, Nasrallah, non ha fatto altro che confermare una cosa: Hezbollah non entrerà in guerra attivamente, almeno per il momento. Non verrà aperto un secondo fronte al confine tra Israele e Libano. Hezbollah (e l’Iran) non sono pronti militarmente. Un puro calcolo di convenienza impone di continuare solamente con le scaramucce di confine ma di una partecipazione attiva al conflitto non se ne parla proprio. I tempi non sono ancora maturi.

Un soldato della missione di pace delle Nazioni Unite UNIFIL si trova accanto a un grande poster del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah

Nel frattempo Israele, nella sua corsa dirompente volta a spezzare le reni dei capi militari di Hamas, ha accerchiato Gaza City su tre lati. L’obiettivo è quello di far evacuare tutti i civili verso sud (un milione di persone che intanto sono sfollate, senza casa, senza cibo e né acqua) e stanare, uno ad uno, nei tunnel sotterranei, i miliziani di Hamas, cercando di liberare più ostaggi possibile.

Eppure, si dà il caso che i leader politici del movimento non vivano nella striscia di Gaza. Sono scappati da tempo. Loro sì che hanno avuto la fortuna e la libertà di potersene andare. Questi sono le menti dei terroristi di Hamas, quelli che potremmo definire come gli strateghi militari.

A partire dall’attuale leader politico, Hismail Haniyeh, classe ’67, sposato e padre di tredici figli. È stato il braccio destro del fondatore di Hamas, Ahmed Yassin. Haniyeh rappresenta l’ala più “moderata” del partito, più “riformista” che “massimalista”. Non predica la distruzione di Israele, almeno è quanto si dice di lui, anzi. Tempo fa rilasciò un’intervista al Washington Post in cui dichiarò che se Israele un giorno dovesse annunciare di dare indietro la terra che spetta ai palestinesi, garantendo pari diritti ai cittadini dei due Stati, allora sarebbe disposto a riconoscere lo Stato ebraico. Sta di fatto che oggi vive in lussuosissime camere d’albergo a Doha, in Qatar. Due anni fa la sua famiglia scappò dal campo profughi di Al-Shati a Gaza, e note riviste arabe hanno documentato come uno dei suoi figli, Maaz, gestirebbe il ricco patrimonio immobiliare di famiglia da Istanbul, un patrimonio stimato di ben quattro miliardi di dollari. Si dice che lo stesso Haniyeh padre si trovasse in Turchia allo scoppio dell’operazione terroristica di Hamas. Quel sabato nero in cui sono stati trucidati brutalmente 1300 ebrei, per la sola colpa di esserlo. Haniyeh proprio quel 7 ottobre dalla Turchia è stato accompagnato cordialmente a Doha, dove ha trovato rifugio anche il portavoce di Hamas nella Striscia di Gaza, Abu Zuhri, Un’ambiguità, quella del governo turco che, nonostante faccia parte della NATO e sia alleato dell’occidente, sembra tuttavia sposare la causa terroristica di Hamas. Almeno questo è il gioco che vuole far credere Erdogan ai suoi elettori più estremisti.

Il leader politico di Hamas Hismail Haniyeh

Ma la diaspora volontaria dei leader politici di Hamas non finisce qua. In Libano è volato invece il Capo dell’ufficio stampa del movimento, Saleh al-Arouri. Arouri viene definito lo stratega, è considerato la mente del gruppo. Da poco ha incontrato il Segretario generale di Hezbollah, Nasrallah, e il leader della Jihad islamica, Ziad Nakhale. Sulla testa di Arouri pesa una taglia di ben 10 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti che lo considerano un leader carismatico, astuto, con ottimi contatti ma, soprattutto, come il fondatore dell’ala militare oltranzista di Hamas, le Brigate Din Al-Qassam. Arouri si continua tuttavia a spostare tranquillamente tra Turchia, Qatar e Libano. Frequenti sono infatti le comunicazioni e il coordinamento tra tutti questi attori regionali che fanno capo, tuttavia, ad un unico grande protettore: l’Iran, il più fido alleato di Hamas. Teheran teme infatti di vedere ridimensionata la sua sfera di influenza con un Israele più forte, ma soprattutto con un Israele riconosciuto anche da una parte della comunità araba.

Inoltre, un’influente rivista araba ha stimato che il numero due di Hamas, vicepresidente dell’ufficio politico del movimento, Abu Marzuq, gestisca un giro d’affari compreso tra i due e i tre miliardi di dollari. Una corruzione, quella del movimento, che molti ritengono endemica. Un costante flusso di denaro che sopraggiunge non solo dal Qatar e dall’Iran, ma anche dalla stessa Unione Europea. Paradossale? Nient’affatto. Molti degli aiuti economici comunitari destinati alla popolazione palestinese, in particolare di Gaza, vengono poi gestiti dai leader politici del movimento che controllano la Striscia. Questo denaro viene utilizzato per contrabbandare armi, fabbricare missili, istigare campagne d’odio nei confronti degli ebrei. Depauperano dunque il loro popolo, privandolo dei soldi che potrebbero piuttosto essere investiti in sanità, istruzione, che potrebbero aiutare a costruire possibilità di vita percorribili, alternative al solo odio, al solo risentimento.

La popolazione di Gaza ha un’età media compresa tra i venti e i trent’anni. Sono ragazzi, giovani uomini e donne con delle aspirazioni, con dei progetti di vita diversi dal semplice combattere o diventare dei martiri per la causa anti-sionista. Eppure, fin quando ci saranno Netanyahu e Hamas al potere un vero processo di pace non potrà compiersi. Come scriveva Amos Oz, altissima mente della letteratura israeliana, i più fidi alleati dei terroristi islamici altro non sono che gli estremisti israeliani, coloro che intendono cancellare per sempre la parola “Palestina” dalla cartina di Israele, proseguendo con la politica degli insediamenti. Una politica, questa, avvallata da un governo che oramai ha perso la sua spinta propulsiva.

Bombardamenti da parte dell’IDF israeliana su Gaza

Le bombe devono cessare di cadere dal cielo, ora. E mentre Gli Stati Uniti richiedono a gran voce una “pausa umanitaria”, c’è chi invece invoca con più coraggio un vero e proprio “cessate il fuoco”. Chiamatela come vi pare, ma bisogna arrestare questa carneficina. Gaza, una volta terminata questa guerra, dovrebbe passare nelle mani dell’Autorità Nazionale Palestinese, con una missione ONU che possa garantire la sicurezza dei civili. Solo allora, si potrà ricominciare a parlare di pace, di una soluzione che porti alla creazione di due Stati.

Forse non sarà che da questa guerra assisteremo ad un’accelerazione di tale processo? Non so. Ora, tuttavia, è fondamentale un duplice cambio di regime: in Israele, con la caduta di Netanyahu e a Gaza, con la cacciata dei terroristi islamici di Hamas. Un vento nuovo che soffi sulla terra promessa, contesa da secoli ma che appartiene a due popoli, due Stati, due anime.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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