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Iran e Israele: all’alba di un nuovo giorno

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Questa terza “guerra mondiale a pezzi” aumenta d’intensità ogni giorno di più. Le immagini dei cieli di Gerusalemme colpiti da una pioggia di droni e missili  iraniani angosciano. Quel luogo simbolico,  la spianata delle Moschee, tra i più belli ed emozionanti della Città Santa, rappresenta uno dei siti più importanti per i musulmani di tutto il mondo, anche degli iraniani, i mandanti dell’attacco.

L’Iran: l’Impero che si fece Teocrazia

Ben 170 droni suicidi, abbattuti da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, 30 missili da crociera, la maggior parte dei quali intercettati dall’aviazione israeliana e 120 missili balistici capaci di raggiungere lo Stato ebraico in tempi brevissimi sono stati neutralizzati dal sistema di difesa Arrow, un gioiello di tecnologia militare.

Nessun danno grave, nessun morto, solo un ferito. Si può definire un attacco altamente pilotato. Già il Wall Street Journal ne aveva dato annuncio alcune ore prime. Era inevitabile, l’Iran avrebbe risposto come rappresaglia al raid israeliano sul consolato iraniano a Damasco in cui diversi vertici dei Pasdaran sono stati uccisi. Inoltre, secondo un’interpretazione del diritto internazionale, i consolati e le ambasciate godono dell’inviolabilità delle sedi diplomatiche, attaccarli sarebbe come colpire il territorio nazionale. Una linea rossa che Israele ha oltrepassato e che, secondo Teheran, non poteva rimanere impunita.

Iraniani partecipano a una celebrazione dopo l’attacco iraniano a Israele, in piazza Palestina, a Teheran, Iran, 15 aprile 2024. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran (IRGC) ha lanciato droni e razzi verso Israele nella tarda serata del 13 aprile 2024.

Una rappresaglia a cui oggi, però, lo Stato ebraico ha già dato una risposta colpendo obiettivi militari nel nord dell’Iran ma non i suoi impianti nucleari, come in molti ritenevano. Lo Stato ebraico ha optato per una soluzione pacata, incalzato dagli Stati Uniti. Il governo di Benjamin Netanyahu è consapevole che i suoi alleati non lo sosterebbero in un conflitto aperto con la Repubblica Islamica. La situazione dovrebbe dunque essere rientrata. Parola chiave: de-escalation.

La Repubblica islamica dalla sua parte tace sulle esplosioni o minimizza sull’attacco notturno che ha colpito una base militare a Isfahan. Nessun commento da parte della Guida suprema Khamenei e del presidente Ebrahim Raisi, che ha completamente ignorato i fatti. Segni di una volontà condivisa nell’establishment iraniano di ripristinare lo status quo ante.

Tuttavia, con questo primo attacco diretto da parte di Teheran sul territorio israeliano, il paradigma delle relazioni tra i due paesi ha raggiunto uno step successivo. Oggi, la “politica della pazienza”, come viene spesso definita nei circoli iraniani, si è conclusa. Si è ora aperta una nuova e più sconosciuta fase di instabilità tra le due potenze regionali.

Il Segretario Generale Antonio Guterres incontra il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Seyyed Ebrahim Raisi presso la sede dell’ONU a New York il 18 settembre 2023.

I leader iraniani predicano da sempre la distruzione dello Stato ebraico. Eppure, mai si sono arrischiati in una guerra diretta contro Israele, non avendone le capacità militari (Tel Aviv è una potenza nucleare mentre la Repubblica Islamica è considerata solo uno “Stato sulla soglia del nucleare”).

Il tipo di conflitto portato avanti da Teheran si configura piuttosto come guerra d’attrito, ibrida. Quella che in linguaggio diplomatico viene definita  “proxy war”  ovvero guerra per procura. Conflitti in cui gruppi organizzati combattono rappresentando gli interessi di uno Stato o di una superpotenza che non partecipa direttamente alle ostilità. Nel contesto del conflitto mediorientale, i “proxies” legati all’asse sciita, sostenuti dall’Iran e contrapposti a Israele, includono gruppi come Hamas e la Jihad Islamica Palestinese. Nonostante siano di confessione sunnita, questi gruppi sono uniti all’Iran sciita da un comune antagonismo verso Israele, facendo parte dell'”asse della resistenza” guidato da Teheran.

L’Iran, tramite la forza Quds dei Pasdaran e i servizi di intelligence, è sospettato di influenzare questi gruppi con vari obiettivi strategici: tenere Israele impegnato su più fronti, ridurre la probabilità di attacchi israeliani contro l’Iran, rompere l’accerchiamento di basi americane in Medio Oriente, ridurre l’influenza americana nella regione e creare un corridoio territoriale dall’Iran al Mediterraneo che sia ostile a Israele e conforme ai principi della rivoluzione islamica.

Attraverso quelli che vengono chiamati i suoi proxies, gruppi armati sciiti manovrati e finanziati nell’ombra dall’establishment iraniano, l’Iran ha cercato in questi anni di colpire Israele da più punti. Abilissimi nel tessere legami in Medio Oriente, le guide del Paese finanziano il partito sciita di Hezbollah in Libano, che ha ormai preso il controllo della parte meridionale del Paese, le milizie sciite in Siria e in Iraq, gli Houthi nel mar rosso e più indirettamente, come spiegavamo, anche i sunniti della Jihad islamica palestinese e di Hamas.

Secondo una teoria ampiamente diffusa, l’Iran starebbe cercando di costituire una “mezzaluna sciita” comprendente di tutti i suoi alleati; un territorio che si estende dal mediterraneo al Mar Rosso passando per la Siria e l’Iraq e che possa garantire a Teheran un’egemonia regionale. Simbolicamente, una rivalsa dei musulmani sciiti sui popoli sunniti maggioritari di Arabia Saudita, Egitto e Giordania. Nella realtà, un progetto di lungo periodo per assicurarsi un accesso al mediterraneo attraverso il corridoio che si dipana dalla Siria dello sciita Bashar Al-Assad fino al Libano degli Hezbollah e uno sul Mar Rosso tramite i ribelli Houthi dello Yemen.

Estendendosi ad altri attori dell’arena mondiale, primariamente Cina e Russia, con i quali il regime degli Ayatollah sta stringendo diversi accordi di natura militare (con la Russia) e commerciale (Pechino è il primo partner del Paese e che Teheran intende sostituire alla presenza statunitense in Medio Oriente), l’idea è quella di bypassare il canale di Suez, controllato dall’Egitto, spostando parte dei commerci su rotaia. Diversi sono i progetti infrastrutturali, anche energetici, che intendono collegare Teheran alla Russia o al Libano, accedendo poi ad uno sbocco sul mediterraneo.

Gli israeliani protestano a Tel Aviv contro Netanyahu.

Fin qui tutto lineare, se non fosse per un piccolo dettaglio mancante: gli accordi di Abramo. Una strategia di politica internazionale che va in totale rotta di collisione con il progetto della “mezzaluna sciita”. Gli accordi di Abramo, sottoscritti da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein sono tesi a normalizzare le relazioni tra questi due paesi arabi sunniti e lo Stato ebraico, stimolando investimenti e scambi commerciali reciproci. Poco male, se non per il fatto che presto si sarebbe dovuta aggiungere al “gruppo” anche l’Arabia Saudita, tempio dell’Islam sunnita e storica rivale della Repubblica Islamica.

Il 7 ottobre, quel sabato nero in cui si è consumato il pogrom jihadista contro gli ebrei e che ha dato il via ad una guerra di occupazione dello Stato ebraico a Gaza ( secondo fonti del Ministero della Salute della Striscia sarebbero 34mila le vittime), è una data emblematica. Non è un caso che Hamas, finanziato sottobanco anche dall’Iran, abbia deciso di colpire al cuore Tel Aviv in tale contesto. L’accordo tra Israele e Arabia Saudita, mediato da Washington, era sempre più vicino (nonostante oggi sembrerebbe essere stato messo in standby, le interlocuzioni vanno avanti ). I rapporti tra i due paesi si stavano distendendo, in virtù di interessi economici colossali tra le due potenze regionali. Investimenti, commercio, trasferimento di tecnologie ma soprattutto la promessa fatta dagli americani di supportare il programma nucleare saudita a scopi pacifici come leva negoziale per normalizzare le relazioni tra Riad e Tel Aviv.

Il regno saudita teme l’Iran, da sempre. Questa diplomazia “muscolare” ai suoi confini lo angoscia. Così, sotto l’ombrello nucleare americano sarebbe tutelato. Ecco perché, seppur nell’ombra, l’Arabia Saudita ha agevolato la coalizione israeliana durante i recenti attacchi iraniani, condividendo informazione di intelligence, come ha fatto la Giordania neutralizzando i missili che hanno sorvolato il suo spazio aereo.

Dall’altra parte, l’incubo peggiore per la Repubblica Islamica sarebbe quello di ritrovarsi in minoranza in un Medio Oriente a trazione israelo-saudita  Se israeliani e sauditi collaborassero, non solo in campo economico ma anche militare, scambiandosi informazioni utili di intelligence, se entrambi detenessero “l’arma dell’apocalisse”, il regime degli Ayatollah sarebbe in questo modo emarginato, la sua potenza regionale ridimensionata. In particolar modo ora che gli Stati Uniti hanno disvelato la loro strategia di lungo periodo: creare un corridoio commerciale che attraversi India, Medio Oriente, Israele ed Europa, frapponendosi con il progetto della “mezzaluna sciita”.

Mohammed Bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita e il premier indiano Narendra Modi.

Ad oggi, nessuno degli attori principali dell’area mediorientale parrebbe interessato ad un allargamento del conflitto, men che meno l’Iran, vista la sua debolezza militare  in confronto alla potenza di fuoco israeliana. Gli F-4 iraniani, di produzione statunitense, risalgono agli anni ’60 e non sono nulla se paragonati agli F-35 dello Stato ebraico, tra i più avanzati al mondo. I carrarmati di Teheran sono lasciti della seconda guerra mondiale. Dunque, a parte una colossale produzione di droni e missili destinati per lo più a foraggiare i suoi proxies nell’area, un scontro diretto tra Teheran e Tel Aviv avrebbe un solo vincitore.

Anzi, c’è chi in Iran, stufo di un regime che non lascia filtrare un barlume di modernità nel Paese, incoraggia un attacco diretto da parte dello Stato ebraico sul territorio iraniano, agevolando così un cambio di regime e avvicinando l’inevitabile crollo della Repubblica Islamica degli Ayatollah, così come è uscita dalla rivoluzione del ’79.

Forse è ora che gli iraniani, le giovani generazioni, le donne si riprendano in mano quello è loro: un Paese, un Impero millenario da un potenziale incredibile.

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