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Andrea Rubera (Tim), perchè è importante l’inclusion manager

Oltre un terzo della vita di un adulto è dedicato al lavoro. Ciò implica quanto sia importante che l’ambiente lavorativo sia il più accogliente e inclusivo possibile. Tra le battaglie fondamentali portate avanti dalla comunità lgbt+ negli ultimi anni vi è la lotta a ogni forma di discriminazione sul posto di lavoro, al fine di promuovere l’inclusione e il rispetto di ogni lavoratore. In questa lotta siamo affiancati dai sindacati e nell’ultimo periodo dalla figura dei diversity manager, che svolgono lo stesso compito all’interno delle aziende. Ne parliamo con Andrea Rubera, inclusion manager di Tim, tra le aziende maggiormente attive in questo ambito e più volte riconosciuta come una delle telco più attente a inclusione e diversity.

Raccontaci come sei finito a occuparti di diversity management.

Arrivare a occuparmi di risorse umane e, successivamente, diversity&inclusion non è stato un percorso studiato a tavolino. All’inizio mi sono occupato per lo più di relazioni esterne e strategie di comunicazione, e a seguire di marketing e ricerche di mercato. Infine, nel 2014, mi è stato chiesto di occuparmi di risorse umane, attività per il personale, people caring e welfare. Fu allora che il mio amico e capo Fabio Galluccio avviò anche in Tim un programma di diversity&inclusion, nel quale mi inserii proprio nel momento in cui il progetto stava nascendo, avendo modo quindi di adattarlo, plasmarlo e svilupparlo.

Cosa si intende per diversity management?

L’inclusion management nasce nei primi anni ’90 negli Stati Uniti, quando le aziende si posero il problema sia della valorizzazione che della retention dei talenti appartenenti a etnie, religioni e background diversi.

Il suo fine è valorizzare e utilizzare appieno il contributo che ogni dipendente può portare al raggiungimento degli obiettivi aziendali. L’inclusione è, quindi, un approccio alla gestione delle risorse umane finalizzato alla valorizzazione delle specificità di ogni individuo, che sentendosi riconosciuto, non dovrà nascondere aspetti di sé o preoccuparsi di barriere fisiche o culturali, ma sarà motivato a mettere la sua originalità a disposizione dell’impresa.

Parlaci del tuo percorso da attivista, quanto è importante l’attivismo nella tua vita e come si coniuga con il tuo lavoro?

Sono sempre stato un “attivista”, intendendo così “l’attivarsi” per una causa comune. Cresciuto in parrocchia, poi capo scout, mi sono fermato perché pensavo (erroneamente) di non riuscire a trovare un modo di conciliare fede e omosessualità.

Nel 2000 ho partecipato al World Pride e ho avuto un brutto incidente di moto che mi ha portato in fin di vita. Ciò mi ha portato a riflettere sul fatto che volessi vivere una vita riconciliata; ho cominciato a frequentare i gruppi di cristiani lgbt e, piano piano, tutto quanto ha trovato una collocazione. Da lì ho sempre più lavorato con la comunità lgbt insistendo sul tema della fede e omosessualità.

Cosa fa Tim per l’inclusione? 

Il piano attuale di D&I in Tim si sviluppa secondo 3 driver: favorire l’emersione dei bisogni dal basso; valorizzare l’unicità della persona in modo che ogni iniziativa, policy o progetto siano modulabili e personalizzabili; essere vocale sul tema, soprattutto all’interno ma anche all’esterno. Il piano prevede oltre 100 iniziative nel complesso, inoltre siamo soci sostenitori di Valore D e soci fondatori di PARKS-Liberi e Uguali e creiamo sinergie e collaborazioni con moltissime realtà. Grazie a ciò oggi Tim è riconosciuta a livello nazionale e internazionale come un benchmark di riferimento per il suo impegno nell’inclusione e valorizzazione della diversità, ha raggiunto posizioni di testa di tutti i principali ranking D&I come il Diversity&Inclusion Index di Refinitiv, al Diversity Brand Index, al GEI (Gender Equality Index) di Bloomberg.

Spiegaci cos’è 4 Weeks 4 Inclusion, l’iniziativa che coinvolge un numero enorme di realtà

4 Weeks 4 Inclusion (#4W4I) è un’iniziativa ideata da Tim per sensibilizzare sui temi dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità, grazie a un fitto programma di eventi condivisi, webinar, digital labs e gruppi creativi. Ogni anno ospiti e speaker si alternano per 4 settimane consecutive, in un racconto corale di storie di inclusione e condividendo best practice, modelli e strumenti per valorizzare tutte le diversità: dalla disabilità al confronto intergenerazionale, dalla valorizzazione del contributo femminile, all’orientamento sessuale e identità di genere, all’etnia e alla religione. Il tutto su 4w4i.it.

A oggi siamo arrivati alla 4° edizione con oltre 400 partner fra imprese, università, associazioni e no-profit, insieme per promuovere i valori dell’inclusione e del diritto alla diversità.

Pensi che in Italia si faccia abbastanza per sostenere la diversità e l’inclusione?

Diciamo che siamo ancora molto lontani dalla perfezione, dall’obiettivo del ‘design inclusivo’ ovvero vivere in un contesto in cui tutto sia pensato, ideato, in modo che possa essere fruito da tutte e tutti e in cui tutte e tutti si sentano previsti. Molto è stato fatto ma molto rimane da fare. Il contesto italiano presenta una situazione molto diversificata: aziende che ancora non hanno avviato alcun percorso sui temi D&I, altre che lo stanno interpretando per lo più come una ‘leva reputazionale’ e altre, come Tim, che hanno un percorso strutturato, certificato nel bilancio di sostenibilità e valutato annualmente da indici e agenzie di rating.

 

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