In un angolo del Nord Europa, dove gli inverni sono lunghi e la sostenibilità è una priorità nazionale, un’innovazione silenziosa sta cambiando le regole del gioco. I data center, colonne portanti dell’industria digitale, stanno diventando anche una risorsa termica. Il calore che un tempo veniva disperso ora scalda case, scuole e uffici.
In Scandinavia alcune città sfruttano già questo potenziale. I server generano grandi quantità di calore durante il funzionamento. Invece di disperderlo, lo convogliano nelle reti di teleriscaldamento. Un modo intelligente per ridurre gli sprechi e abbattere le emissioni.
Un modello che cresce
Mäntsälä, cittadina vicino Helsinki, ha fatto da apripista. Qui un data center attivo da anni fornisce calore a gran parte delle abitazioni. Il sistema abbassa i costi per i residenti e riduce le emissioni. Il principio è semplice: il calore viene raccolto, trasferito e usato per produrre acqua calda che circola nella rete urbana.
Il modello funziona e si espande. Alcuni dei più grandi gruppi tecnologici stanno sviluppando progetti simili in tutta la regione. Alla periferia di una grande città finlandese è in costruzione una rete di data center che, una volta attiva, fornirà riscaldamento a circa la metà delle abitazioni urbane.
Data center: perché proprio il Nord Europa?
Le condizioni sono ideali. Il clima rigido abbassa i costi di raffreddamento dei server. L’energia elettrica proviene in gran parte da fonti rinnovabili. E il teleriscaldamento è già presente in molte città.
Inoltre, i prezzi dell’energia sono competitivi e le politiche ambientali molto avanzate. Alcuni paesi nordici puntano alla neutralità climatica già entro il 2030. Il contesto perfetto per trasformare un problema energetico in una soluzione sostenibile.
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Come funziona
Il processo è collaudato. Il calore prodotto dai server scalda acqua a bassa temperatura. Questa viene inviata a pompe di calore che la portano fino a oltre 100°C. L’acqua calda entra poi nella rete di riscaldamento cittadina.
Secondo gli esperti, questo tipo di recupero è tra le soluzioni più concrete per ridurre le emissioni legate alla produzione di calore, ancora poco considerata nei piani di decarbonizzazione rispetto all’elettricità.
Opportunità e limiti dei data center
Non mancano le sfide. I data center richiedono spazi ampi e spesso sorgono lontano dai centri abitati. Le reti di teleriscaldamento, invece, si concentrano in aree urbane. Collegare produzione e consumo può essere costoso e complicato.
In Norvegia, alcuni progetti hanno generato proteste. Le critiche riguardano non solo l’impatto ambientale, ma anche l’assenza di utenti vicini per utilizzare il calore prodotto.
Fino a 200 terawattora
Entro il 2050 – e forse anche prima – il calore disponibile dai data center europei potrebbe superare i 200 terawattora all’anno, quattro volte il livello attuale. Lo afferma Brian Vad Mathiesen, docente di pianificazione energetica all’università di Aalborg, in Danimarca:
“Ovviamente non tutto quel calore si potrà riutilizzare, ma bisognerebbe imporre regole già in fase di costruzione”. In Germania, dal 2026 una nuova legge imporrà ai grandi data center di recuperare almeno il 10% del calore generato, soglia che salirà al 20% nel 2028.
Il recupero termico non rende i data center ecologici, ma li rende meno dannosi. In un mondo sempre più affamato di potenza di calcolo, riutilizzare l’energia nascosta dei dati è una scelta strategica. E sempre meno rinviabile.

