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5 Dicembre 2019

Esuberi, l’equivoco dei tagli al personale

Fabio Insenga

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I tagli al personale, gli esuberi che possono diventare licenziamenti, sono un fattore ricorrente in tanti piani industriali. Sono quasi automatici nelle aziende in crisi conclamata, sono prevedibili nelle aziende in trasformazione, sono ormai un dato acquisito in settori considerati ‘saturi’, come le banche e l’editoria. Difendere i posti di lavoro, e quindi contrastare questa tendenza, è per definizione il mestiere dei sindacati. Spesso hanno assolto male il loro compito, a volte hanno perfino accelerato crisi dolorose, ma non si può non sostenere che i sindacati abbiano almeno tentato di arginare l’emorragia in corso nel mondo del lavoro. Al netto degli strumenti utilizzati, oltre che dei meriti e delle responsabilità, si sono mossi tendenzialmente in coerenza con il loro ruolo.

 

Il tema è però oggi un altro. La tradizionale contrapposizione tra management e sindacato, che può valere in condizioni normali, ha ancora senso nelle condizioni straordinarie che ormai da tempo stiamo attraversando? E, soprattutto, le imprese diventano più competitive e più forti una volta incassato un taglio del personale? A queste domande dovrebbero rispondere innanzitutto i manager, dagli amministratori delegati in giù, che puntualmente scelgono di affrontare una difficoltà, che sia una perdita nel conto economico o anche la prospettiva di una contrazione dei profitti, con la risposta più scontata: una riduzione dei costi che passa per un taglio del numero di lavoratori che hanno a disposizione. Viene spontanea un’altra domanda, che può suonare provocatoria ma che in realtà è abbastanza banale: scegliere la strada facile dei tagli non è anche un’ammissione di impotenza, e quindi di scarsa capacità, del manager che è pagato dall’impresa per farla crescere?

 

Il terreno è scivoloso e serve cautela. Ci sono però dei casi, sotto i riflettori nelle ultime settimane, che suggeriscono qualche riflessione a voce alta.

 

Unicredit annuncia 8000 tagli e la chiusura di altre 500 filiali, per buona parte in Italia, ma mette sul tavolo 16 miliardi di creazione di valore dal 2020 al 2023, trovando l’approvazione del mercato e, ovviamente, degli azionisti. Quando si parla di una banca, la premessa necessaria è che la trasformazione in atto, tecnologica e anche di modello di business, pone inevitabilmente un problema di gestione di un personale assunto per fare altro rispetto a quello che fa oggi e che farà, o non farà, domani. Si pone però un problema di identità e di sviluppo industriale: cosa sarà Unicredit, ragionando almeno a medio termine? Si tratta di una mossa difensiva che prepara inevitabilmente il prossimo taglio (magari sempre a fronte di creazione di valore per i soci)? Se così fosse, è chiaro che il gioco ha una fine.

 

ArcelorMittal Italia è tornata al tavolo della trattativa con il governo per l’Ex Ilva di Taranto: quasi cinquemila esuberi e un taglio della produzione rispetto a quanto già previsto. In questo caso, la dottrina è ben definita. L’amministratore delegato Lucia Morselli ha fatto della capacità di ristrutturare, e di tagliare il personale, una voce essenziale del proprio ricco curriculum.

 

Poi c’è il buco nero dell’editoria. Anche qui, la premessa è d’obbligo. La trasformazione digitale e la proliferazione di fonti di informazione, alimentata anche dal dilagare dei social network, hanno cambiato le regole del gioco. Da anni ormai, la risposta più ricorrente messa sul tavolo dagli editori è stata il taglio del numero dei giornalisti e il ridimensionamento della loro capacità contrattuale. La riduzione di un costo a fronte della diminuzione di ricavi. Mai come su questo fronte, una banale operazione matematica. Che diventa paradossale quando, come per l’agenzia di stampa Askanews, la continua richiesta di sacrifici economici a una redazione che ha sempre dimostrato professionalità, e accettato tutti i passaggi di un’ormai cronica crisi aziendale, approda all’arma finale dei licenziamenti collettivi. Anche qui, arriva qualche domanda. Quale valore aggiunto porta alla sua impresa un imprenditore che non prevede neanche l’ipotesi di uno sviluppo? E come vanno giudicati i manager che lavorano per lui? La risposta non credo possa essere solo: in base a quanto tempo impiegano a ridurre (fino ad azzerare?) il perimetro dell’azienda che li paga.

 

Un’ultima nota. Ci sono, in tanti settori e in tutte le dimensioni di impresa, imprenditori che lavorano per rendere migliore la propria azienda e manager capaci, che ottengono risultati e producono, insieme ai profitti, anche lavoro, facendo crescere i dipendenti che hanno e assumendone di nuovi. Sono, quasi sempre, persone e imprese che guardano avanti e non aspettano il primo momento utile per individuare esuberi da tagliare.

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