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Prima del 5G c’è la fibra: Prysmian e l’importanza della ’simmetria’

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Se il futuro passa dal 5G, la nuova tecnologia passa dalla fibra ottica: ne abbiamo parlato con Philippe Vanhille, Exexutive Vp tlc di Prysmian Group, leader globale nella produzione dei cavi. La versione originale di questo articolo, a firma di Alessandro Pulcini, è disponibile sul numero di Fortune Italia di settembre 2020.

 

Per quanto sembri scontato, viene spesso dimenticato: per fare il 5G serve la fibra ottica. Per attuare quella rivoluzione tecnologica mondiale che trasformerà il modo con cui lavoriamo e viviamo (con tutte le applicazioni consentite dalla sua velocità, dall’Iot alle città intelligenti all’industria 4.0) serve un’infrastruttura di base altamente performante. Una rete all’avanguardia che colleghi tra loro i siti mobili 5G, e che garantisca alti standard di connessione fin dentro imprese, edifici pubblici e abitazioni.

 

La simmetria

 

Questa rete, a livello mondiale, continua ad essere costruita e migliorata, con approcci che variano da paese a paese, scontando differenze economiche, infrastrutturali e geografiche, ma soprattutto peculiarità politiche e industriali. Il discorso italiano, con la vicenda della Rete unica, è un esempio dell’importanza delle decisioni politiche per il futuro delle connessioni ultra veloci. La mancanza di “investimenti sulle reti di accesso fisso”, come detto lo scorso aprile dal presidente di Open Fiber Franco Bassanini, ha provocato il ritardo. L’ingresso di nuovi operatori, come la stessa Open Fiber, “ha cambiato la situazione, e i risultati si iniziano a vedere”.

 

L’ultimo rapporto dell’Ftth Council Europe, realizzato da iDate, fotografa la situazione europea allo scorso settembre. Mostra che l’Italia è attualmente il secondo Paese europeo per crescita delle infrastrutture in Ftth/b (ovvero la fibra fino alle abitazioni o agli edifici), con 1,9 milioni di case cablate in un anno, dietro ai 3,5 milioni della Francia e prima del milione e mezzo della Spagna. Per quanto positivo, il dato mostra quanto abbiamo agito in ritardo: la penetrazione della fibra, ovvero il numero di abbonati italiani, è in fondo alla classifica europea. Siamo 34esimi su 39. La creazione di Open Fiber, e di un mercato concorrenziale sulle infrastrutture, ha sicuramente velocizzato il processo, e permesso di costruire rete anche per le zone remote.

 

Anche un altro rapporto, dell’Agcom, che fotografa la situazione allo scorso dicembre, testimonia il ritardo del Paese, fornendo la composizione attuale della rete italiana. In altre parole, mostra come accediamo ad Internet. Vince ancora il vecchio rame, attraverso il quale vengono effettuati il 47% degli accessi; il 39,7% avviene da Fttc (la fibra in vetro mista al rame) il 6,8% da FWA (cioè il mix di fibra e segnale radio), e solo il 6,2% da Ftth, cioè la fibra in vetro ‘completa’. Anche qui, si sta cercando di recuperare: l’Ftth è l’infrastruttura cresciuta maggiormente nell’ultimo anno per numero di accessi (+43%), ma anche l’Fttc, ovvero il mix di fibra e rame, continua a crescere (del 21%).

 

Quando si parla di 5G e di connessioni ultraveloci, bisogna sempre tenere a mente quali applicazioni dovranno supportare, come l’industria 4.0 e l’Internet of things, e il fatto che generalmente comportino un’architettura ‘edge cloud’, ovvero con una rete più ‘vicina’ ai dispositivi. Questo significa che bisogna tenere in considerazione non solo la velocità della rete, ma anche la latenza, il tempo di risposta, dice Philippe Vanhille, Executive vice president e responsabile del settore tlc di Prysmian Group, public company diventata leader mondiale della produzione di cavi in campo energetico, nei trasporti e, appunto, nelle telecomunicazioni.

 

Per Vanhille “ci sarà bisogno di simmetria” tra download e upload: ogni utente della rete avrà bisogno di caricare e inviare dati molto più velocemente. E “c’è una sola tecnologia che permette velocità, latenza e simmetria”: la fibra in vetro. Un’infrastruttura pronta al 5G e alle sue applicazioni va costruita (e programmata, pianificata e finanziata) principalmente con l’Ftth/b, che arriva con la fibra in vetro direttamente nelle abitazioni e negli edifici, a differenza dell’Fttc che continua ad avere così tanto successo in Italia, e che secondo Vanhille, è “costruito più per il download che per l’upload”.

 

Un buon indicatore della preparazione delle infrastrutture dei vari Paesi è la misurazione creata dalla stessa Prysmian: “Prendiamo i chilometri di fibra installati dal 2000 al 2020 e li dividiamo per la popolazione, per avere un’idea della maturità della fibra di un Paese”. I numeri Vanhille li recita a memoria (“recentemente ho fatto aggiornare l’indicatore”, dice): gli Usa che hanno installato 2 km di fibra per ogni persona, negli ultimi 20 anni; la Francia è a 1,7 km. La Cina è a 1,6, tra l’altro in soli 10 anni, rispetto ai 20 degli altri (“un’accelerazione pazzesca”, dice Vanhille). Australia, Finlandia, Giappone, Danimarca sono tutte sopra gli 1,5 km a persona. L’Italia è a 0,6 km. Le fanno compagnia il Regno Unito e la Germania, per “motivi diversi, dalle decisioni di Stato alla mancanza di concorrenza”, dice Vanhille. Ad esempio, la Germania “ha deciso di sfruttare più a lungo la sua grande rete in rame, di buona qualità”.

 

Ora, però, per colmare il gap con i primi in classifica ci vorranno almeno 10 anni, dice Vanhille, che nonostante l’accento francese è anche cittadino italiano (“vivo a Milano da 6 anni”), preoccupato dalla prospettiva di avere in Italia due reti diverse per le zone a bassa redditività. “Dobbiamo prendere spunto da quello che funziona: in Australia c’è una rete unica e ha funzionato. In America le zone rurali sono state date a un operatore con l’obbligo di affittarle ai concorrenti, e sta funzionando bene”. Con due reti, il risultato sarebbe di avere sovrapposizione di reti (e di investimenti) nelle zone redditizie “e nessuna rete nelle zone remote: sarebbe un disastro”. Per colmare il gap, però, serve anche attenzione alla qualità dei materiali, alla progettazione delle reti e alla performance delle stesse nel lungo termine. Secondo Vanhille, nel dibattito sulla fibra manca la consapevolezza che una rete del genere è fondamentale “farla bene”.

 

Chi costruisce la fibra?

 

Al mondo ci sono tre tecnologie per fare fibra ottica. Sono state sviluppate in parallelo negli ultimi 40 anni, con i primi volumi rilevanti raggiunti già alla fine degli anni 90. Una tecnologia è di origine giapponese, un’altra è americana, e “poi c’è la nostra, europea, frutto di combinazione di ricerca pubblica e dello sforzo di aziende private”. Prysmian, infatti, è diventata quello che è oggi grazie alla combinazione di tecnologie e brevetti (“più di 5000”) di grandi aziende come Nokia, Philips e Alcatel, dopo la nascita nel 2005 per acquisire la divisione cavi e sistemi di Pirelli. Due anni dopo c’è la quotazione al Ftse Mib, mentre nel 2011 arriva la formazione di Prysmian Group con l’unione con Draka (ex divisione cavi di Philips che aveva già acquisito le tecnologie Alcatel). Nel 2018 l’ultima grande tappa, con l’acquisto dell’americana General Cable.

 

Adesso, Prysmian è uno dei sette attori principali della fibra, ognuno dei quali ha circa il 10% del mercato mondiale (il resto è un mosaico di aziende più piccole). Gli unici due attori occidentali sono Prysmian e Corning, che ha in mano la tecnologia americana. Le cinque aziende restanti sono tutte cinesi, e sfruttano la tecnologia creata dai giapponesi e concessa loro in licenza, racconta Vanhille. Sui volumi di vendita hanno poi potuto superare gli stessi giapponesi grazie al loro vantaggio in termini di market share. Una di queste aziende, tra l’altro, è una joint venture di Prysmian, la YOFC, numero uno in Cina, “di cui possediamo il 24%”, dice Vanhille, anche se nella Repubblica popolare Prysmian non è un competitor diretto. Prysmian è però “uno dei pochi del settore ad avere una verticalizzazione totale”, dalla produzione della fibra e dell’intero cavo con tecnologie proprie alla progettazione completa delle soluzioni per le reti. Le fabbriche del settore tlc di Prysmian sono circa una trentina, in gran parte in Europa, ma con una forte presenza anche in Nord America, Latam e Australia. Il tasso di crescita negli ultimi 5-6 anni è a doppia cifra: “Siamo cresciuti del 10% all’anno negli ultimi 5 anni”. Poi, all’inizio dell’anno scorso, prima ancora del Covid, che ha abbassato i ricavi di qualsiasi attore delle telecomunicazioni, il mercato è calato. E il motivo va cercato in Asia: per la prima volta dopo anni, è stata proprio la Cina a rallentare.

 

 

Il peso di Pechino

 

 

L’industria della fibra cinese, come si è capito, ha numeri impressionanti: rappresenta metà del mercato mondiale. Se non si considerasse la Cina, la quota di Prysmian del mercato globale diventerebbe del 20%. Quando con la guerra commerciale con gli Usa è crollato il loro mercato, un anno e mezzo fa, hanno avuto “un eccesso di capacità di produzione pazzesco, sono diventati ancora più aggressivi sul mercato mondiale”, e da parte dei concorrenti cinesi sono cominciati a verificarsi atteggiamenti “poco corretti, al limite del rispetto della proprietà intellettuale”.

 

L’industria veniva da anni di crescita, di investimenti ma anche di shortage, (“almeno 4 anni”, dice l’EVP di Prysmian), per la costante richiesta di fibra parte delle telco. Con lo stop alla domanda cinese all’inizio del 2019, il mondo delle telecomunicazioni si è ritrovato con un eccesso di scorta, da un giorno all’altro lo shortage è terminato, e gli operatori hanno cominciato a rivedere le proprie supply chain. Hanno capito che potevano chiedere il cavo all’ultimo momento e non con largo anticipo, attraverso contratti a lungo termine. Il mercato mondiale per un produttore come Prysmian, di conseguenza, si è contratto. Poi è arrivato il Covid, che ha rallentato l’installazione di infrastrutture. “Abbiamo perso volume negli ultimi 12 mesi. Siamo in una situazione meno confortevole rispetto a un paio di anni fa: nel 2018 sono stati installati 520 milioni di chilometri di fibra, adesso quella cifra è stimata a 470 milioni di chilometri”.

 

Ma la crisi è temporanea, rassicura Vanhille. “Tutti sono d’accordo che il fabbisogno per l’infrastruttura ottica c’è, e crescerà sicuramente nei prossimi 20 anni”. I piani 5G della Cina sono stati posticipati, ad esempio, a causa della decisione del governo cinese di essere meno dipendente da componenti americani dopo la guerra dei dazi, ma ripartiranno presto: secondo il Vp di Prysmian sulle infrastrutture 5G la Cina tornerà ad essere aggressiva già da quest’anno. I prezzi bassi dei cinesi possono contare sull’attuale condizione delle telco, che si ritrovano da una parte a dover investire cifre enormi per le frequenze 5G, per non perdere terreno, e dall’altra a fare i conti con fatturati che crescono poco, per la concorrenza e per la grande pressione sui prezzi. Devono quindi investire subito sulle infrastrutture, ma anche risparmiare il più possibile. Da qui la tentazione di scegliere fibra cinese a prezzi inferiori che spesso è anche di qualità molto bassa (ma “non tutte le aziende cinesi fanno cavi di bassa qualità”, specifica Vanhille).

 

Quello che spesso operatori e governi non capiscono, dice Vanhille, è che il prezzo più basso può essere una “trappola”. Che risparmiare sui materiali, sull’installazione e la progettazione iniziale porta solo a costi operativi maggiori in futuro, per la manutenzione della rete. “Io che ho 30 anni di esperienza nel mondo dei cavi so perfettamente la differenza tra cavo buono e non buono: i clienti che non hanno investito in conoscenza e ricerca, invece, alla fine magari comprano i prodotti più economici. Ma una rete di componenti che non funzionano è un incubo, non solo per i nuovi investimenti da fare e i costi operativi, ma anche per tutti i vincoli che ci sono ogni volta che bisogna intervenire per un guasto tecnico”. Soprattutto se in una rete bisogna investire fondi di Stato, dice Vanhille, “dobbiamo farlo con la certezza di investire bene, in una rete a prova di futuro che non avrà bisogno di essere ritoccata fra pochi anni: chi risparmia oggi scegliendo componenti di bassa qualità, lo pagherà a caro prezzo in reinvestimento e in costi di manutenzione”.

 

La versione originale di questo articolo, a firma di Alessandro Pulcini, è disponibile sul numero di Fortune Italia di settembre 2020. Ci si può abbonare al magazine mensile di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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