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Marzotto (Propaganda Italia): Puntiamo forte sulla sala cinematografica

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Determinata, forte, competente, coraggiosa e con le idee molto chiare, alcune decisamente in controtendenza. Marina Marzotto che, nel corso di vent’anni di carriera, ha ricoperto tutti i ruoli della produzione e della filiera cinematografica (ha lavorato, tra gli altri, in Moviemax per tanti anni), ora ha deciso di aprire una factory tutta sua, votata alla produzione e distribuzione di film e serie Tv con uno sguardo attento alla sala. Avete capito bene: la sala cinematografica, nonostante il momento di forte flessione, schiacciata tra pandemia e piattaforme. “La considero un’opportunità in un momento di difficoltà del boxoffice. Amo le sfide e sono convinta che, a medio lungo periodo, torneranno a verificarsi grosse opportunità, meglio allora inserirsi oggi per raccogliere i frutti domani”, racconta a Fortune Italia Marina Marzotto, founder di Propaganda Italia srl e partner con Mattia Oddone (Ceo della società).

Marzotto, una società giovane, con film in lavorazione, in uscita e tanti obiettivi per il futuro. Anche in momenti di crisi c’è chi investe e rilancia.

In un momento molto complesso per il cinema italiano, abbiamo puntato in primis su storie che avessero un appeal universale e potessero viaggiare oltre confine, così come sulla conoscenza e sul rispetto del genere e del pubblico di riferimento di ogni film. A questo uniamo un’attenzione meticolosa nel creare production value per restituire alla fruizione in sala il gusto e la sorpresa dell’esperienza cinematografica attraverso il grande talento delle maestranze italiane e lo sguardo distintivo dei nostri registi e registe.

Quale momento vive l’industria dell’audiovisivo e perché, nonostante la crisi di spettatori dalle sale (-70% rispetto al 2019) sceglie di puntare forte sul grande schermo?

Perché il cinema sta alla televisione come l’haute cuture sta al pret à porter: una è una forma d’arte, l’altra è un prodotto di largo consumo. È ovvio che si producano più magliette che abiti da sera ma l’industria della moda ci insegna che sono i sogni e le aspirazioni che guidano i consumi e creano i brand, non a caso le piattaforme investono nei talenti del grande cinema internazionale ed hanno utilizzato sceneggiatori, registi e attori provenienti dal cinema per rinnovare il linguaggio della serialità. In fondo non è altro che un processo di brand extension che ha permesso al settore di crescere: oggi la produzione mondiale è in grandissimo fermento, si fanno più produzioni e ci sono più canali di distribuzione che giustamente segmentano il mercato perché il pubblico non è uno e univoco ma ci sono tanti pubblici per fruizioni e gusti diversi.

Pensa che, a pandemia finita o quanto meno arginata, il cinema possa tornare ai livelli pre Covid o l’enorme offerta messa a disposizione dalle piattaforme abbia creato un margine di disaffezione incolmabile?

Penso che la pandemia in quanto tale sia già finita e che ora dovremmo semplicemente gestire la presenza di Covid come tante altre malattie, anche gravi, che sono in circolazione. Non sono un medico ma mi pare di capire che da vaccinati non si corra rischi e quindi, essendoci un rimedio per tutti, ritengo si possa tornare a fare vita normale. Dovremmo anche normalizzare la comunicazione sul cinema, non si capisce perché proprio il settore debba passare continui messaggi deprimenti sulla disaffezione del pubblico al cinema e l’amore folle per le piattaforme. Il cinema è un’arte che esiste da oltre cent’anni, ha resistito alla televisione, alle video cassette, ai dvd, alla pirateria e resisterà anche all’online, semplicemente perché è diverso. È fondamentalmente un’altra cosa vedere il cinema in una sala o a casa e per questo la gente cercherà e tornerà sempre a questa esperienza. Inoltre, credo che ne abbiamo tutti le tasche piene di stare chiusi in casa a fare zapping su quale serie vedere, stufarci dopo mezz’ora e cambiare di nuovo. Una serata al cinema, con qualcuno che ha scelto e selezionato per te un prodotto di qualità (produttori e distributori, ovvero editori cinematografici), è decisamente più entusiasmante di una serata sul divano.

In quali progetti è impegnata in questo momento la sua Propaganda, cosa ha appena finito di realizzare e cosa vedremo in futuro?

Siamo in chiusura o fase di delivery con tre progetti che usciranno quest’anno: l’horror-drama Piove di Paolo Strippoli, giovanissimo regista che si è già fatto conoscere da pubblico e critica nel 2021 con A classic horror story; il nuovo e atteso drama di Andrea Pallaoro, Monica, con Trace Lysette e le candidate all’Oscar Patricia Clarkson e Adriana Barraza; in ultima, il documentario creativo del regista italo-svedese Erik Gandini After Work con importanti contributi di Noam Chomsky e Luca Ricolfi. In questi giorni invece iniziamo le riprese in Irlanda di Woken del regista Alan Friel un thriller dai risvolti fantascientifici con Erin Kellyman, giovane attrice brittanica nota al grande pubblico per il suo ruolo in Solo: A Star Wars Story e la serie Marvel The Falcon and the Winter Soldier e Maxine Peake, conosciuta per i suoi ruoli nella serie BBC The village e la serie Netflix Black Mirror, oltre che per importanti ruoli cinematografici come quello sostenuto in Peterloo di Mike Leigh. Siamo una piccola fucina ma in continuo fermento e c’è molto altro in arrivo.

Come sceglie i suoi partner distributivi?

Non sono convinta che sia il produttore a scegliere il partner distributivo, quanto il distributore a scegliere i progetti che completano o complimentano la sua line-up. Credo che noi operiamo sul mercato come tutti gli indipendenti – ovvero produttori non verticalmente integrati né legati ad un canale distributivo da accordi quadro – e quindi proponiamo i progetti a più interlocutori. Chiaramente abbiamo dei desiderata, una distribuzione che ci pare ideale per un determinato progetto, quindi, normalmente andiamo prima da chi ci pare abbia una linea editoriale più compatibile con la natura del progetto specifico.

“Corro da te”, la commedia con Favino e Leone, remake di un noto film francese, ha risollevato un cinema italiano che, in questi due anni, eccetto rarissime eccezioni è stato snobbato dal pubblico. Che idea si è fatta?

Non mi pare che il cinema italiano sia così snobbato dal pubblico. Se guardiamo i dati Cinetel: nel 2021 il cinema italiano ha registrato una quota percentuale pari al 21,45% degli incassi e il 22,49% delle presenze corrispondenti ad un incasso di 36.3 milioni di euro e a 5.5 milioni di presenze. Si tratta di un dato superiore al periodo 2017-2019 dove la quota italiana in media e a parità di condizioni (ovvero considerando gli incassi a partire dal 26/4), non arrivava al 19% del mercato. Segnalo di proposito il 2021 poiché il 2020, nonostante le chiusure ha beneficiato dell’uscita del blockbuster di Checco Zalone prima dell’avvio delle restrizioni dovute al Covid. È certamente vero che il cinema statunitense, se guardiamo ai singoli titoli, ha performato meglio nella riapertura delle sale ma con blockbuster globali e franchise come Spiderman, Dune e 007, film-evento che da sempre dominano i botteghini di tutto il mondo. Da produttore segnalo anche che parliamo di film con un budget di oltre 10 volte i top budget europei sia in fase di produzione che in fase di promozione e nonostante questo al 6° posto nella top ten del mercato italiano 2021 troviamo un film nazionale (Me contro Te, ndr) in mezzo a questi colossi.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi. Ecco perché non teme questo momento di stallo al botteghino e rilancia sul grande schermo.

Va anche detto che tra le varie chiusure si sono accumulati i film in distribuzione: nel 2020 sono usciti meno film che si sono poi riversati sul 2021 (+104 titoli per un totale di 353 titoli, pari al periodo 2017-19 ma in meno giornate di programmazione), questo intasamento di mercato porta spesso i film italiani ad uscire anche con poche copie e quindi con meno chance di arrivare al pubblico, entrare nella top ten settimanale e guadagnarsi la tenitura. Molti film sono usciti e stanno uscendo ancora come uscite tecniche prima di andare diretti sulla Pay e sulle piattaforme. Escono per pochi giorni e in pochissime copie senza quasi alcun supporto di lancio, onestamente è impossibile giudicarne la performance. Attendiamo il ristabilirsi delle finestre e diamo una possibilità di respiro ai nostri distributori cinema e ritengo che allora potremmo realmente giudicare la performance del cinema italiano.

Quale spazio può avere il cinema indipendente sulle piattaforme: il pubblico deve seguire voi produttori o siete voi che dovete rintracciare le nuove modalità di fruizione creando contenuti ad “hoc” per questa o quell’altra piattaforma con una sorta di algoritmo d’autore sensibile e intelligente?

Mi pare ci sia un’accezione del “cinema indipendente” come figlio di un dio minore o passatempo amatoriale. Il cinema indipendente non è avulso dal mercato, tutt’altro, è un propulsore fondamentale. In tutto il mondo, non solo in Italia, è il cinema indipendente a scoprire, nutrire e far nascere nuovi talenti. Anche nel sistema americano un grande regista come Denis Villeneuve, considerato uno dei migliori registi della sua generazione, è partito dal cinema indipendente nel 1994 e, solo dopo la candidatura all’Oscar per miglior film straniero con La donna che canta nel 2010, è stato preso dalle major americane. I nostri talenti internazionali Moretti, Sorrentino, Garrone sono tutti nati dal cinema indipendente e la tenacia di grandi produttori indipendenti li ha fatti decollare. Il punto è che il nostro settore si basa sul talento, non sugli algoritmi, e il talento è molto difficile da scovare e ancor più difficile da nutrire. Le produzioni indipendenti hanno un modello di business e strutture di costi che gli permettono di essere più elastiche e sperimentali delle grandi aziende e a loro è deputato un ruolo chiave: quello di cercare, sperimentare e instradare nuovi talenti senza i quali il cinema e l’audiovisivo, che sono industrie creative, non possono esistere e soprattutto proseguire.

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