12 Dicembre 2019

Renzi e Formigli, la giusta distanza

Fabio Insenga

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Nella polemica tra Matteo Renzi e Corrado Formigli, è quasi scontato che io possa prendere le parti del giornalista e non del politico. Lo faccio comunque, perché sia chiaro il punto di partenza di un ragionamento che vuole uscire dal caso particolare e arrivare a parlare del rapporto fra stampa e politica. O, più in generale, del rapporto tra il giornalista e il politico, o il manager, o in senso dozzinale, ‘il potente di turno’. Bene, ha ragione Corrado Formigli.

 

Non si tratta di difendere un interesse corporativo ma di valutare il peso, e anche la collocazione sociale ed economica, del ruolo che si svolge. Mettere giornalisti e politici sullo stesso piano non è solo un errore formale ma è anche l’origine di parte dei problemi, del giornalismo e della politica. I politici sono personaggi pubblici e devono rendere conto di quello che fanno, della casa in cui abitano e di come l’hanno comprata. I giornalisti, fino a prova contraria, devono rendere conto allo Stato (al fisco, soprattutto) in quanto cittadini. La privacy di un personaggio pubblico è per definizione compromessa, quella di un cittadino (che incidentalmente fa il giornalista) va difesa, sempre. Non solo. I giornalisti dovrebbero essere i primi a fare domande ai politici e a pretendere risposte.

 

Spesso, però, politici e giornalisti fanno la stessa vita, condividono lo stesso ambiente, si comportano come degli amici. E diventa più difficile non solo fare le domande ma anche pensare di poter ottenere risposte. È vero, il prezzo di alcune notizie è la disponibilità a scrivere a comando. E ci sono da sempre giornalisti e politici che fanno delle loro relazioni uno strumento per consolidare o rafforzare la propria posizione. Nelle redazioni e verso l’opinione pubblica.

 

C’è però una soglia oltre la quale il rapporto fisiologico, anche necessario, diventa pericoloso. Per diverse ragioni. Dovrebbero essere evidenti ma forse è il caso di parlarne. Anche perché riguardano loro, i politici, ma anche tutti noi, i giornalisti. A questo punto può aiutare una domanda. Quanto è alto il prezzo da pagare all’eccesso di confidenza, alla frequentazione assidua che in alcuni casi diventa scambio di favori? Per il politico, in fondo, molto poco. È chiaro il vantaggio, soprattutto misurato in capacità di condizionare il proprio interlocutore, di avere rapporti confidenziali. Per il giornalista, invece, il prezzo da pagare può essere altissimo. Succede quando al vantaggio iniziale, l’accesso diretto alle informazioni, seguono la censura e, peggio, l’autocensura.

 

A farne le spese sono tutti i soggetti coinvolti. Il lettore, la credibilità del giornalista, le vendite e il peso specifico dell’editore. E anche il politico, che da un’informazione corretta potrebbe trarre benefici più duraturi di quelli, effimeri, di una notizia compiacente. Per tutte queste ragioni, servirebbe una riflessione condivisa, fondata sugli interessi, economici per un settore in crisi come l’editoria e di reputazione per una politica sempre meno apprezzata dall’opinione pubblica: sarebbe utile ritrovare la giusta distanza tra giornalisti e ‘potenti’. 

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