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Pace fatta tra Musk e il principe saudita: altri fondi per Twitter

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Solo tre settimane fa, il principe saudita Alwaleed bin Talal Al Saud era uno dei tanti azionisti di Twitter a esprimere pubblicamente disappunto per la notizia secondo cui Elon Musk – l’uomo più ricco del mondo – stava elaborando un’offerta per l’acquisto della piattaforma di social media. “Non credo che l’offerta proposta da Elon Musk (54,20 dollari) si avvicini al valore intrinseco di Twitter date le sue prospettive di crescita. Essendo uno dei più grandi azionisti a lungo termine di Twitter rifiuto quest’offerta”, ha twittato il miliardario saudita.

Ora Musk e Alwaleed- che possiede personalmente una quota del 4,45% di Twitter e un altro 0,72% della società attraverso la sua società Kingdom Holding – hanno riconciliato le loro differenze.

Non è chiaro come Musk sia riuscito a convincere Alwaleed ma, in un tweet giovedì, il principe saudita ha definito il Ceo di Tesla il suo “nuovo amico” e si è impegnato a mettere a disposizione la sua quota di Twitter (da 1,9 mld) nel progetto di privatizzazione di Musk.

Il rapporto tra i due non è sempre stato cordiale. Dopo che Alwaleed ha twittato il suo rifiuto dell’offerta di Musk ad aprile, Musk ha risposto mettendo in discussione le opinioni dell’Arabia Saudita sulla libertà di stampa.

Il Paese – nel quale la libertà di espressione o di stampa non è prevista, secondo un rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti 2018 sui diritti umani in Arabia Saudita – si classifica attualmente al 166esimo posto su 180 nell’indice della libertà di stampa 2022.

Questa non è la prima vicenda relativa a un accordo di acquisizione che coinvolga Musk e il regno saudita.

Il precedente tentativo di Musk di ottenere dei finanziamenti sauditi

Nel 2018, attraverso un tweet, Elon Musk ha annunciato di volere ritirare Tesla dalla Borsa. Con quella che è sembrata una battuta di spirito, ha dichiarato la volontà di acquistarla ad un prezzo di 420 dollari per azione con “finanziamenti garantiti”, poco prima di apparire sul podcast di Joe Rogan e fumare erba in onda. Quando il finanziamento si è rivelato non essere garantito, è emerso che il Regno saudita era in trattative per fornire sostegno a Musk. Quel disegno è fallito e il tweet iniziale di Musk di un’offerta pubblica di acquisto per Tesla ha portato a cause legali da parte della SEC – l’ente statunitense preposto alla vigilanza della Borsa – lasciando aperta la questione con gli azionisti.

In una serie di messaggi emersi di recente come parte della causa degli azionisti, Musk ha criticato Yasir Al-Rumayyan – il capo del Public Investment Fund (Pif) saudita – per non aver sostenuto pubblicamente la privatizzazione.

Secondo Musk, Al-Rumayyan aveva comunicato che il fondo Pif avrebbe finanziato l’offerta di Musk per privatizzare la compagnia di auto elettriche a margine di un incontro di persona. Ma una dichiarazione fornita da Al-Rumayyan a Bloomberg News all’epoca suggeriva che l’impegno non era poi così scolpito nella pietra.

“Questa è una dichiarazione estremamente debole e non riflette la conversazione che abbiamo avuto a Tesla. Hai detto che eri sicuramente interessato a rendere Tesla privata sin dal 2016”, ha scritto Musk a Al-Rumayyan. “Mi dispiace, ma non possiamo lavorare insieme”.

Ma torniamo al 2022: oggi Musk ha un sostenitore saudita. Alwaleed si unisce a una lista di 19 investitori privati e aziende che hanno accettato di effettuare un investimento in equity su Twitter all’indomani dell’acquisto di Musk.

Tale elenco include anche il cofondatore di Oracle, Larry Ellison, Binance, Sequoia Capital, Brookfield e la Qatar Investment Authority, che hanno accettato collettivamente di fornire a Musk un finanziamento di 7,1 miliardi di finanziamenti, giovedì 5 maggio.

“Speriamo di essere in grado di giocare un ruolo nel riunire social media e Web3 e ampliare l’uso e l’adozione della tecnologia crypto e blockchain”, ha dichiarato Changpeng Zhao, CEO del crypto exchange Binance. Altri importanti investitori sono Strauss Capital, Andersson Horowitz e Fidelity.

L’articolo originale è su Fortune.com

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