21 Dicembre 2019

Dieci storie del 2019, un anno difficile

Fabio Insenga

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Doveva essere “un anno bellissimo”, è stato soprattutto un anno difficile. Sul piano politico e sul piano economico. Due governi, e due maggioranze, si sono dati il cambio ma è rimasto lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e anche una certa dose di instabilità. Una lunga serie di dossier, e relative emergenze, ha scandito le cronache e ha inciso sullo scenario nell’industria, nella finanza, e nel mondo del lavoro. Ripercorriamo il 2019 in dieci storie: sono quelle che hanno lasciato il segno e che lasciano aperti una serie di interrogativi per il 2020.

Popolare di Bari, il paradosso Tercas. C’è un paradosso che ricorre nelle crisi bancarie. Ultima di una serie, quella della Popolare di Bari. La smania di acquisizioni, che spesso coincide con la volontà di trovare soluzioni ed evitare problemi da parte di Bankitalia, può portare ad accumulare perdite e contribuire a creare buchi nei bilanci difficilmente ripianabili. Come sta chiaramente emergendo, c’è un momento preciso che complica il percorso della Popolare di Bari: l’acquisizione di Barca Tercas nel 2014. Mettendo da parte anche la polemica politica, per dirla con il Governatore Ignazio Visco, evitando di andare alla ricerca di “illusori capri espiatori”, e attendendo gli sviluppi giudiziari, la domanda è: vale la pena salvare una banca per affossarne un’altra?

La grottesca battaglia del Mes.  La riforma del MES, il fondo salva Stati, è stato un argomento capace di riaccendere tutte le peggiori pulsioni della politica italiana. Tutti contro tutti, o quasi. Quasi tutti contro il buon senso, in una battaglia che ha assunto tratti grotteschi. E che ha fatto segnare una distanza piuttosto consistente tra la realtà e la rappresentazione fantasiosa della realtà ai fini della propaganda politica. I margini di manovra di un singolo Paese sono sempre stati gli stessi di prima, quasi nulli. La riforma del MES, alla fine, sarà più o meno quella che è oggi, con i pregi e i difetti di un accordo europeo. Quella che resta surreale è la discussione italiana.

Nazionalizzare Alitalia, per fare cosa? Puntuale, alla fine, torna la nazionalizzazione. Nella perenne agonia di Alitalia è un tema che ricorre. Tra vecchia e nuova compagnia, passando per bad company e new company, la storia dell’aerolinea è fatta di cicli che partono da una fase di crisi acuta, passano per un’illusione di mercato, e tornano inevitabilmente allo Stato. Fallite tutte le ipotesi di mercato, ultima quella della cordata guidata da Fs, l’unica sintesi possibile, al momento, è che il governo sta pensando alla nazionalizzazione. Resta una domanda, piuttosto elementare. Per fare cosa?

La strategia della tensione e l’ex Ilva. L’espressione ‘strategia della tensione’ evoca tempi difficili. Con le dovute proporzioni, aiuta oggi a descrivere gli ultimi passaggi della vicenda ex Ilva. In una sintesi estrema: Arcelor Mittal annuncia l’abbandono di Taranto, forte anche degli errori della politica che offre l’assist del no allo scudo penale; si entra nell’emergenza, il corto circuito politico e mediatico è immediato; parte la ritorsione dello Stato, si muovono le Procure e la Guardia di Finanza; si torna a trattare e si arriva a una bozza di accordo tra l’azienda guidata da Lucia Morselli e il governo. Restano tutti i sul tavolo i nodi industriali: a partire dal numero di esuberi e dal livello della produzione.

Esuberi, l’equivoco dei tagli al personale. I tagli al personale, gli esuberi che possono diventare licenziamenti, sono un fattore ricorrente in tanti piani industriali. Sono quasi automatici nelle aziende in crisi conclamata, sono prevedibili nelle aziende in trasformazione, sono ormai un dato acquisito in settori considerati ‘saturi’, come le banche e l’editoria. Unicredit annuncia 8000 tagli e la chiusura di altre 500 filiali, per buona parte in Italia, ma mette sul tavolo 16 miliardi di creazione di valore dal 2020 al 2023, trovando l’approvazione del mercato e, ovviamente, degli azionisti. E’ una strada obbligata?

Venezia e il Mose infinito, il ritardo colpevole. A ogni catastrofe corrisponde lo stesso ritornello: mancano le infrastrutture, il territorio va messo in sicurezza. Venezia è finita in ginocchio, causa maltempo, per un fenomeno come l’acqua alta che viene studiato, monitorato e dibattuto da sempre. In questo caso, l’infrastruttura necessaria è quasi realizzata ma il ritardo accumulato, vista la violenza del fenomeno, si è dimostrata fatale. Il Mose, Modulo Sperimentale Elettromeccanico, doveva essere già in funzione, per separare la laguna di Venezia dal Mare Adriatico, scongiurando proprio quello che èavvenuto, le alluvioni durante l’alta marea. Ma il Mose ancora non funziona e si è visto.

Fca-Psa, vincitori e vinti.Una fusione come quella tra Fca e Peugeot non può essere alla pari. Non può esserlo, almeno, quando sarà pienamente operativa. È inevitabile che a valle del processo industriale e finanziario ci siano vincitori e vinti. Ci sono però delle indicazioni chiare che arrivano dalla struttura dell’operazione. Il primo dato, fondamentale, riguarda la composizione dell’azionariato: Exor, la holding della famiglia Agnelli, è e resterà l’azionista di maggioranza relativa; l’equilibrio in cda c’è ma può essere rotto dal voto del ceo, super partes; il ceo super partes è quello di Psa, Carlos Tavares. Il problema principale è rappresentato dall’esigenza di difendere chi rischia di uscirne pesantemente sconfitto: una parte dei lavoratori e, più in generale, la capacità produttiva di un comparto industriale cruciale, come quello dell’auto, in un’area piuttosto che in un’altra. E’ una delle grandi partite del 2020. 

La Bce senza Draghi non sarà la stessa. “Le cose sono completamente diverse rispetto al 2013, chiunque in Italia ora pensa che l’Euro sia irreversibile”. In queste parole di Mario Draghi, arrivate al termine dell’ultimo Consiglio che ha presieduto a fine ottobre, c’è la vera eredità che lascia alla fine del suo mandato alla guida della Bce. E’ e resterà l’uomo del ‘whatever it takes’, la frase pronunciata nel luglio del 2012 per mettere in chiaro che la Bce, la sua Bce, avrebbe fatto di tutto per proteggere l’Euro all’interno del suo mandato. Ora c’è Christine Lagarde alla guida ma la Bce non sarà la stessa senza Mario Draghi.

Guerre in famiglia, da Esselunga a Repubblica. Padre contro figli. Figli contro. Parenti in guerra per anni. Il controllo delle società, legato a vicende ‘familiari’, in Italia è un tema sempre più caldo. Lo scontro tra Carlo De Benedetti e i suoi figli sulla gestione di Repubblica, prima che uscisse allo scoperto la mossa di Exor che ha acquisito la maggioranza di Gedi, ha riproposto uno schema, con protagonisti e modalità diverse, ripetuto in altri casi eccellenti, con uomini di impresa ormai sopra la soglia degli ottant’anni che non vogliono, o non possono, abdicare. Ne vengono in mente subito tre: Silvio Berlusconi, Leonardo Del Vecchio, Giorgio Armani. Così come torna in mente la lunga querelle tra il patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, e i suoi figli.

 

 

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